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Pensiero Tecnica Creativita'

Leonardo e il Rinascimento

7-8 Novembre 2019

09:30 - 18:00
Aula Magna del Rettorato
Via Verdi 8, Torino

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ACINO XLV - E IL MURO CADDE

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E IL MURO CADDE

Heiko Maas, ministro degli esteri tedesco, sul Corriere della Sera, di sabato 2 novembre 2019, ha esposto le sue considerazioni sul Crollo del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, a pag. 28 di questo quotidiano: è quanto mai , oggi, utile riportare in sintesi i pensieri del ministro, ricchi di spinte emotive e di tensioni ideali verso una UE di grande avvenire, partendo dal titolo “Trent’anni dopo la Caduta del Muro – il 1989 ha dimostrato cosa può fare l’Europa”. Così l’autore: “ Chiunque di noi in Europa abbia assistito al 9 novembre 1989, può rispondere a questa domanda. “ “Con il muro è caduta anche la Cortina di ferro che per quarant’anni aveva lacerato il nostro continente”. “ Festeggiamo anche il coraggio con cui la gente in tutta l’Europa centrale ed orientale ha conquistato libertà e democrazia. Festeggiamo un’Europa che per sua felicità è unita”. “Per noi ne deriva un dovere: completare l’unificazione dell’ Europa. Costruire un’Europa che rende giustizia all’ideale di Spinelli di un continente unito, agli obiettivi dei padri fondatori De Gasperi, Schuman e Adenauer e ai valori e ai sogni di chi nel 1989 scese in piazza per la libertà e la democrazia.” “Nessuno di noi gestirà da solo le quattro grandi sfide mondiali: globalizzazione, cambiamenti climatici, digitalizzazione e migrazione”.

a cura di Giuseppina Serio


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ACINO XLIV - USA

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USA

Angelo Panebianco (Bologna, 1948), politologo, saggista, accademico, editorialista del Corriere della Sera, su questo quotidiano ha esposto  la sua dotta riflessione  su “Il ruolo smarrito degli USA – Un mondo senza gendarmi, e l’Europa incapace di tutto”, in un fondo pubblicato lunedì 14 ottobre 2019, pag. 1-28. A che punto, dunque si trova l’imperialismo americano? “Adesso gli Americani stanno andando sul serio a casa”: è un bene, è un male?  “ E’ sufficiente ragionare politicamente”. Punto di partenza è l’abbandono dei Curdi a se stessi, in una guerra che li vede in lotta con la Turchia di Erdogan la quale ha posto in essere “una rottura culturale, prima ancora che politica con l’Occidente”, istituendo “ in nome di una combinazione di islamismo e nazionalismo e del ripudio dell’eredità laica di Ataturk –il padre della Turchia moderna”, l’attuale  fisionomia  di quel territorio. Appaiono evidenti alcune considerazioni sul ruolo della Turchia, degli USA, dell’Europa. L’America si è giocata la credibilità come alleato ed ha permesso l’avanzata di potenze autoritarie, Russia e Cina (grandi) e Turchia e Iran (medie). Ora, l’analisi dell’autore riflette su tre questioni: “l’appartenenza della Turchia alla Nato, le sorti dell’Unione Europea, la parabola dell’egemonia statunitense”. Riguardo alla prima questione: la guerra turca in corso dovrebbe indurci a porre il problema dell’appartenenza della Turchia alla Nato, in quanto “non si potrà continuare ancora a lungo a fingere che la Turchi sia un membro come un altro”. “la seconda questione riguarda l’Europa “, tacciata di immobilismo, spaccata nelle decisioni e “biasimare e condannare non risolve nulla. Urgono contromisure”, perché ci sono problemi di influenza, di terrorismo, di profughi e quant’altro. La terza questione  investe gli USA: “Da ultimo c’è la questione della parabola della potenza americana. Il suo declino è  inevitabile? Forse si, forse no”. Ma la strategia di Trump è dirompente e preoccupante, “ha minato la credibilità dell’America, a tutto vantaggio delle potenze autoritarie”.

a cura di Giuseppina Serio


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ACINO XLIII

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LEGGI
Stefano Passigli (Firenze, 1938), politico, con attività nella Sinistra per quattro legislature, accademico, editore, editorialista del Corriere della Sera, a pag. 28 di questo quotidiano di lunedì 14 ottobre, ha enucleato in un ponderato fondo le sue considerazioni, dal titolo “Dibattito sulla legge elettorale – Meglio la democrazia consensuale”. Iniziamo dall’incipit: “L’Italia ha avuto in 15 anni cinque diverse leggi elettorali sino ad oggi e tutte caratterizzate da un mix di proporzionale e maggioritario. Perché allora si vuole tornare al proporzionale? “Tralasciando le motivazioni di FI e Lega, veniamo al “dunque”. “In realtà, una modifica dell’attuale legge elettorale è imposta dal taglio del numero dei parlamentari: riducendo a 200 i senatori, nella metà delle Regioni nessun partito che non consegua almeno il 15% del voto, potrà essere rappresentato, con una fortissima compressione della rappresentanza a rischio di costituzionalità”. Ma non solo: “Anche l’elezione del presidente della Repubblica verrà alterata dal modificato rapporto tra il ridotto numero dei parlamentari e l’invariato numero degli elettori indicati dalle Regioni”. Penetrando più nel profondo del problema, emergono considerazioni politiche di tutto rispetto: infatti “i sistemi maggioritari sono adatti solo a Paesi a forte coesione sociale e privi di conflitti politici fondamentali”. “Nei sistemi proporzionali, invece, proprio la distribuzione proporzionale dei seggi, rende lo scontro meno acceso, anche se obbliga a governi di coalizione”. Mentre nel maggioritario maggioranza ed opposizione condividono principi fondamentali di base, di valenza democratica, in un Paese diviso “leggi elettorali proporzionali consentono più facilmente di raggiungere quel minimo di consenso politico e di integrazione sociale che ne assicurano la governabilità”. Quanto all’Italia, dunque, sarà il proporzionale a garantire la governabilità, facendo appello a chi ci governa, infatti “Compito dell’élite è unire il più possibile il paese, non dividerlo”, infatti “il proporzionale è più adatto a un paese diviso, il maggioritario acuisce i contrasti”. Così l’autore: Il nostro Paese ha già pagato in passato un prezzo molto alto a questo mix di ideologia e promesse illusorie”.

a cura di Giuseppina Serio


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ACINO XLII - CULTURA

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CULTURA

Gerardo Villanacci, avvocato, magistrato, accademico Università politecnica delle Marche, sul  Corriere  della Sera, mercoledì  23 ottobre 2019, a pag. 30, ha pubblicato un suo editoriale , esponendo una ben articolata riflessione su “ Il legame tra crescita e cultura”, mettendone in risalto il legame indiscutibile. Infatti, “tra le molte cose che possono mutare rapidamente non è possibile annoverare il sistema sociale, inteso nella sua accezione più tradizionale di organizzazione delle istituzioni collettive”. E qui viene a galla la politica nella sua valenza sociale che oggi è abbastanza misconosciuta , poiché la politica stessa “ appare sempre più avviluppata in analisi statiche ed astoriche risultando incapace di avviare i necessari processi di cambiamento sociale”.  Invece, sarebbe necessario cercare le cause della nostra stagnazione economica “nel mancato riconoscimento della centralità del ruolo della cultura. In particolare,dei profili essenziali che la connotano, vale a dire: l’istruzione, la formazione e la comunicazione”. “L’istruzione, che coinvolge il sistema scolastico nel suo insieme, deve essere rivalutata nella sua funzione di stimolo ad implementare il patrimonio delle conoscenze e delle esperienze e ciò oltre che per trovare occupazione lavorativa anche per conseguire riconoscimenti sociali ed  economici”. La scuola, accanto alla famiglia, deve essere forza trainante in questa impresa, in una loro proficua collaborazione. A seguire, l’Università, le cui riforme non “hanno prodotto risultati sperati”, anzi l’Eurostat colloca l’Italia nella penultima posizione in Europa; appena prima della Romania”. “E’ tempo di puntare sulla qualità alla qualità piuttosto che sulla mera quantità dei laureati”: questo è un dato di fatto. Occorrono, quindi, risorse finanziarie per gli Atenei, in quanto l’Università deve essere vista come un investimento. “E’ tempo che si superi la concezione per la quale finanziare l’Università rappresenti una semplice spesa e accedere definitivamente all’idea che, per  contro, si tratta di un importante ed imprescindibile investimento”. Per ultima, la formazione per realizzare “un vero processo educativo attraverso il quale è possibile trasferire le competenze necessarie allo svolgimento dei compiti per i quali si è preposti”. L’impegno diventa imprescindibile, se si vuole puntare sulla crescita.

a cura di Giuseppina Serio


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ACINO XLI - PERSONA

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PERSONA
Mauro Magatti, sociologo, accademico, attivo all’ Università Cattolica di Milano, editorialista del Corriere della Sera, su questo quotidiano, martedì 22 ottobre 2019, a pag. 28, ci ha intrattenuto su “Il futuro della politica è investire sulla Persona”, puntualizzandosi su punti essenziali, che sono stati messi in ombra. “Le ricerche di questi ultimi anni sono concordi nel cogliere il cronicizzarsi del malessere che colpisce ampi strati della società”, insoddisfatta del suo attuale habitat e desiderosa di nuovi approdi, stanca di affrontare problemi ambientali, economici, di gruppi di potere, di migrazione. Occorre riprogettare il futuro, meditare sulla “disaffiliazione per indicare la rottura dei legami (familiari, sociali, istituzionali) che tiene insieme le persone al mondo sociale circostante”. Ed allora è giunta l’ora di valutare la centralità della Persona e quindi di basarci sui temi educativi. “Oggi sappiamo che esiste una relazione ben precisa tra il livello di istruzione e la qualità della vita lavorativa da un lato, e la capacità di gestire con successo le tante dimensioni della vita contemporanea dall’altro”: lavoro, aspetti economici, relazioni, tecnologia, tempo libero. “Per essere cittadini a pieno titolo di un mondo sempre più sofisticato e veloce è necessario disporre di un buon capitale culturale … occorrono molte più competenze formali e informali che si apprendono prima di tutto a scuola e poi sul lavoro”. E’ necessario, però, “una cornice” in cui agire, di contorno, per cui un “secondo aspetto riguarda la ricostruzione del senso della comunità” e “i primi nemici da combattere sono la disillusione, la diffidenza, l’isolamento, che di fatto rendono impossibile ogni ripartenza”, in un bisogno di realtà positiva, dove esista legalità, capacità di investimento, tutela della famiglia, dell’educazione, del sociale. In conclusione, l’autore “è finito il tempo dell’espansione, dell’individualismo, dello slegamento”, ma occorre “una straordinaria occasione per intessere una vita sociale che negli anni si è sfrangiata”.

a cura di Giuseppina Serio


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