Storie brevi di mafia e delle sue vittime


Storie brevi di mafia e delle sue vittime


 


Il I° Maggio di Peppino Impastato e trent'anni prima quello di Salvatore Giuliano


 


 


Prima di rievocare la biografia di Peppino Impastato è doveroso un breve rimando a un'altra “ammazzatina” di stampo mafioso e al clima che si avvertiva nel Paese.


Dalla metà degli anni '60 fino alla metà degli anni '90, l'Italia fu teatro di un continuo ribollire di  forze  dalle matrici più eterogenee,  alcune delle quali chiaramente antidemocratiche che, spingendo  al cambiamento, fecero scalpore suscitando sorpresa, approvazione e sgomento fino al terrore.


In quest'arco di tempo,  tra le tante  morti illustri per mafia quella di  Peppino Impastato come quella di don Pino Puglisi, si possono considerare emblematiche. Il sacerdote che verrà beatificato da papa Francesco nel 2013  e "ha combattuto la mafia con il sorriso", era stato assassinato da un killer, il 15 settembre 1993, a colpi di pistola, nel quartiere Brancaccio di Palermo. I due episodi avvenuti tra il 1978 e il 1993 si possono considerare l'alfa e l'omega di un cammino tutt'ora in atto, inanzitutto siciliano, oltre che italiano, di contrasto alla mafia e alle altre forme di criminalità organizzata, che rappresentano l'antimafia sociale presente nel Paese. In questo determinato periodo tra gli altri fermenti se ne inserisce un altro. Il 17 febbraio 1992 l'arresto a Milano del faccendiere Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, colto in flagranza di reato (aveva intascato 7 milioni di lire da parte di una ditta di pulizie che si voleva aggiudicare un appalto) segna l'avvio di tangentopoli e di tutte le inchieste legate a "Mani pulite". A dieci anni di distanza, fino al 15 gennaio 2002, la Procura di Milano, come è riportato in “giustizia newsonlineQuotidiano del Ministero di giustizia”, aggiorna le statistiche dei relativi processi, “perché poi è caduto tutto in prescrizione. Il bilancio finale è di 1.233 condanne per corruzione, concussione, finanziamento illecito dei partiti e relativi falsi in bilancio aziendali. Al conto vanno aggiunte altre 448 sentenze di “estinzione del reato”, che non sono condanne ma nemmeno assoluzioni: i giudici spiegano che l’imputato è colpevole, ma non può essere punito per amnistia, morte dell’accusato e soprattutto per prescrizione (ben 423 casi), cioè per scadenza dei termini massimi di punibilità, che in Italia sono straordinariamente brevi”.


Questo accenno solo per inquadrare cosa si muoveva nel Paese, che continuava a cambiare, così come cambiava Cosa Nostra, unitamente alle varie altre mafie e organizzazioni illegali. Nel frattempo la mafia (siamo arrivati agli anni '90) si era rivestita di una terza pelle, in quanto i suoi loschi affari incominciavano a tener in conto anche  il nuovo e redditizio business della raccolta e dello smaltimento rifiuti.


 


            Peppino Impastato nasce a Cinisi (PA) il 5 gennaio 1948, morirà, sempre a Cinisi, il 9 maggio 1978. Tale data per lo Stato italiano continua a rimanere scritta negli annali della sua storia, in quanto in quello stesso giorno venne trovato morto, all’interno del bagagliaio di una Renault, il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Il delitto, rivendicato dalle Brigate Rosse, di cui lo statista era stato prigioniero per 55 giorni, scosse il Paese in tutti i sensi. Sarà a partire da questo omicidio che le azioni delle forze dell'ordine si dimostreranno più incisive, fino allo smantellamento totale del terrorismo in Italia. Alla morte di Peppino, invece, l'immagine che i media diedero di lui fu quella di un sabotatore estremista. Così scriverà in un fonogramma il procuratore capo, Gaetano Martorana: "Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda. Verso le ore 0,30 del 9/05/1978, persona allo Stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe, si recava a bordo della propria autovettura all'altezza del Km 30+180 della strada ferrata Trapani - Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore". Una lettera trovata nel corso di una perquisizione in casa Impastato conferma e chiude l'indagine: l'attentatore era un suicida.


 Peppino Impastato, che era candidato alle amministrative dell’11 maggio nelle liste di Democrazia proletaria e che avrebbe dovuto chiudere la campagna elettorale con un dirigente nazionale, verrà eletto da morto. Il 16 maggio la madre, Felicia Bartolotta, con l' altro figlio Giovanni, inviano un esposto in procura e indicano in Gaetano Badalamenti il mandante dell'omicidio. Il padre, Luigi, per via di parentele, faceva parte del clan dei mafiosi di Cinisi e quel figlio, per cui teme e che tiene continuamente d'occhio, è la sua croce e, fors'anche, la sua condanna. Le  idee e le  accuse pubbliche di Peppino sulle azioni della malavita locale, infatti, lo costringono, inutilmente, a cacciarlo di casa.


Nel 1965 Peppino aveva fondato un giornalino, "L'idea socialista". Dieci anni più tardi aveva creato un gruppo di musica e cultura e nel 1977, a Terrasini, dato vita a Radio Aut. Dall'archivio antimafia.org: "Dal primo maggio, cominciò a mandare in onda, due volte al giorno, alle 20 e alle 23, il Notiziario di Radio Aut, giornale di controinformazione radiodiffuso". Con questi strumenti il giovane attivista non si stanca di denunciare i delitti e gli affari malavitosi dei clan di Cinisi e Terrasini e del capo mafia Gaetano Badalamenti, che aveva un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga. Luigi Impastato morirà nel settembre 1977, vittima di un incidente stradale, che forse altro non è stato che un omicidio camuffato. La determinazione della madre e del fratello Giovanni, che rompono con la parentela mafiosa, le loro testimonianze, unitamente ad altre prove riportate e raccolte, anche con l'ausilio del Centro siciliano di documentazione di Palermo, fecero emergere ben altra verità. Nel 1984, sulla base delle indicazioni di Rocco Chinnici, il consigliere istruttore Antonino Caponnetto, che aveva preso il posto del collega assassinato, emette una sentenza "in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti". Nel 1992 viene decisa l'archiviazione del "caso Impastato", ma nel maggio del 1994 il Centro di documentazione, ormai Centro Impastato, "presenta un'istanza di riapertura, accompagnata da una petizione popolare" in cui si chiede che venga interrogato il nuovo collaboratore di giustizia, Salvatore Palazzolo. Le dichiarazioni del pentito saranno basilari. Nel 2001 verrà riconosciuto colpevole del delitto Vito Palazzolo, che verrà condannato a 30 anni di reclusione; l'anno seguente, l'11 aprile 2002, sarà la volta di "Tano seduto", condannato all'ergastolo quale mandante dell'omicidio. Con questo epiteto Peppino Impastato, dalla sua emittente libera Radio Aut, apostrofava, Gaetano Badalamenti. Di tale verità, nascosta per 24 anni, quest'anno ricorre il ventennale del disvelamento. "Cosa Nostra" è stata vinta, ma non è ancora sconfitta.


 


Salvatore Giuliano detto anche “Turiddu di Montelepre”


 


Il I° maggio del 1947  a Portella della Ginestra, entroterra palermitano tra la Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato, si consumò  quella che alcuni ritengono essere la prima strage della Repubblica italiana. Contadini e braccianti  che combattevano quotidianamente con la povertà e la sudditanza si erano trovati in massa per festeggiare la festa dei lavoratori, ascoltare un comizio sindacale e trascorrere una giornata fuoriporta e in compagnia. Non fu così, perché a colpi di arma da fuoco Salvatore Giuliano e la sua banda uccisero 11 persone e ne ferirono oltre 25. La documentazione presente nel Centro siciliano Impastato ne riporta 28,  mentre altrove, tra cui in Treccani.it, il numero riportato è di 66. Di queste, una morirà. Giuliano, nato a Montelepre (PA) nel 1922, diventò un fuorilegge nel 1943, quando a Palermo,  sotto il governo dell’Allied Military Government of Territories (AMGOT) era sindaco il barone Lucio Tasca, nominato dagli alleati. Il giovane, che sarà poi conosciuto anche come “Turiddu di Montelepre”, venne fermato da una pattuglia di carabinieri, mentre trasportava sacchi di frumento  provenienti dal mercato nero (stessa occupazione a cui era dedito Luigi Impastato, padre di Peppino). Le disposizioni annonarie, che ne vietavano il trasporto da una provincia all'altra, prevedevano, se venivano infrante, la confisca del grano e della farina. Nel diverbio, avvenuto il 2 settembre, Giuliano  estrasse la pistola e finì con l'ammazzare un carabiniere. In questo modo diventò un latitante e da lì a poco, all'inizio del '44, dopo aver fatto evadere dal carcere alcuni suoi parenti, avrebbe dato vita a una banda con cui perpetrare le sue scorribande. Non passa molto tempo che nel maggio del '45, come si legge in Treccani.it Dizionario bibliografico, viene contattato dal   Movimento separatista, che nell'isola era già molto attivo: è del 6 dicembre 1943, notizia presente nel Centro documentazione Impastato, un incontro in casa  del barone Tasca, a Mondello, a cui partecipa il capo mafioso Calogero Vizzini. Salvatore Giuliano, pur sempre da fuggiasco, ricomparirà arruolato nell'Esercito Volontario Indipendentista (EVIS), il braccio armato del Movimento. In una Relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno mafioso, datata 1972, si legge: “ ... sembra  che Giuliano abbia dimostrato con i suoi atti un profondo convincimento separatista... sembra che al Giuliano furono consegnati i galloni di tenente colonnello comandante dell'Esercito volontario indipendentista siciliano”, e ancora “… riuscì a fare nella sua carriera criminosa ben 430 vittime, sempre, purtroppo, tutelato nella inaccessibilità del suo rifugio dalla  malcelata protezione della mafia”. I fatti a lui riferiti riguardano non solo gli assalti alle caserme (tra il 29 dicembre '45 e l'11 febbraio '46  ne  rimasero coinvolte 5) o le aggressioni alle colonne dell'esercito, ma anche i rapimenti di politici e l'uccisione di mafiosi di calibro.  Nel periodo caotico che intercorre tra la fine della guerra e le prime tornate elettorali, Giuliano si adopera, con la sua famiglia, per il buon esito elettorale del Movimento indipendentista siciliano (Mis) e al contempo gode della compiacente copertura della mafia. I risultati elettorali conseguiti dal Movimento separatista, gli accordi politici raggiunti tra le parti, dalle elezioni regionali del 20 aprile '46,  anche per via del successo conseguito dal Blocco del Popolo (coalizione guidata dal Pci e dal Psi) alle successive nazionali del '48, saranno il preludio dell'incursione e dell'azione violenta eseguita a Portella della Ginestra nel 1947. La  posizione di Salvatore Giuliano si fa sempre più difficile. “Il banditismo -  si legge sempre nella Treccani on line -  rappresenta un fattore di disturbo del processo di normalizzazione che avrebbe dovuto garantire il perpetuarsi degli antichi equilibri di potere nel nuovo quadro istituzionale e politico”. L'eccidio del I° Maggio a Portella della Ginestra,  che fu certamente il fatto più criminoso compiuto da Turiddu di Montelepre, unitamente agli assalti a sedi di partiti della sinistra e delle Camere del lavoro del palermitano, avvenute nei giorni seguenti, “non possono – dalla Treccani - certo esaurirsi nella dichiarata avversione dello stesso Giuliano nei confronti dei comunisti”. Per la strage compiuta, nonostante siano chiare le sue responsabilità, egli non verrà processato. Lo sarà invece tutta la sua banda, in cui figura Gaetano Pisciotta. Il processo, che inizia nel '50 a Viterbo, in una ridda di grovigli e di rallentamenti, dovuti a confessioni e ritrattazioni, terminerà due anni dopo, in maggio. Il capobanda, intanto, continuamente inafferrabile, è divenuto, anche per via dei suoi memoriali, un personaggio sempre più scomodo e ingombrante. “Il venir meno della rete di protezione – sempre come risulta nella Treccani online - rese il Giuliano quanto mai vulnerabile e diede modo al colonnello dei carabinieri Ugo Luca di approntare per la sua cattura un meticoloso piano  che, nella fase finale, puntava tutto sul tradimento dell'uomo più vicino al Giuliano, il suo luogotenente e cugino Gaetano Pisciotta”. Nella notte tra il 4 e il 5 luglio del 1950, nel rifugio di Castelvetrano (TP) dove Giuliano si nascondeva, Pisciotta lo colpirà nel sonno con due colpi di pistola.    La sentenza di primo grado, emessa a Viterbo il 3 maggio 1952, infliggerà ai 12 accusati l'ergastolo. Gaetano Pisciotta sarà trovato morto, avvelenato con la stricnina, nel carcere dell'Ucciardone di Palermo nel 1954, mentre la sentenza definitiva, che verrà emessa nel 1960, confermerà tutte le condanne. Per finire la cruenta storia del bandito Giuliano, nel tratto conclusivo della Relazione della Commissione parlamentare prima menzionata, risulta: "Il fenomeno del banditismo in Sicilia, e specialmente quello che si riferisce alla banda Giuliano, continuò ad imperversare nella zona occidentale dell'isola fino al 1950 soprattutto per l'aiuto e con la copertura della mafia, la quale non solo si avvalse del banditismo per garantirsi i frutti della sua vita parassitaria, ma impiegò le stesse forze per strappare al potere pubblico le migliori condizioni per la sopravvivenza dei suoi interessi nella nuova sfera d'azione in direzione della città; [...] in obbedienza a questo chiaro disegno, la mafia abbandona il banditismo allorché si accorge che lo stesso può sicuramente nuocerle, se non altro per eccessiva scopertura; così si mette a disposizione della polizia per braccare, nei loro nascondigli, i singoli banditi; peraltro questa sua disponibilità per l'eliminazione del banditismo le avrebbe certamente procurato dei vantaggi".


Le relazioni delle Commissioni parlamentari riguardanti la mafia hanno una lunga storia e di ciò si parlerà nel proseguio dell'esposizione. Per dovere di cronaca, i virgolettati che si riferiscono alla Relazione parlamentare del 1972 sono stati ricavati da storiain.net, nell'articolo di Alessandro Frigerio “La tentazione politica del bandito Giuliano. Verità?”.


Qui al momento, solo l'informazione che nel corso della VI Legislatura, il 12 febbraio del 1972, venne approvata l'istituzione della Commissione. Detta si costituì il 5 ottobre, per dimettersi, eppoi ricostituirsi, nel gennaio '73, con i medesimi componenti e il medesimo presidente, il senatore Carraro.  A far parte della Commissione c'era il deputato Pio La Torre, che sarà il relatore di minoranza. La relazione finale di tutti lavori avverrà il 4 febbraio 1976.


 

A tua disposizione il documento:
ImpastatoeGiuliano.pdf
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