06/04/2022

Amici e Simpatizzanti di Politica,
mentre la guerra semina strage in Ucraina e nella speranza che al più presto, ancor prima che arrivi l'estate si concludano i negoziati di pace, vorrei soffermarmi su altre vittime. Più di venticinque anni fa don Luigi Ciotti, venuto in contatto con la mamma di un figlio, che le era stato ammazzato dalla mafia, rimase colpito dalla sua considerazione che nessuno lo ricordava. Pensò, allora, di dar vita a un'associazione che si prendesse il carico e la cura di contrastare le forme di criminalità organizzata presenti nel Paese, sia che si trattasse di mafia, di camorra, di nuova camorra organizzata o di n'drangheta. Nacque così nel 1994 "Libera", un cartello di associazioni che conta innumerevoli iniziative, fra cui occuparsi dell'utilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Un'altra iniziativa che viene rinnovata ogni anno, a livello nazionale e all'arrivo di ogni primavera, rinvia a quell'incontro con quella mamma. Ogni 21 marzo, di volta in volta, dal palco di una città italiana, vengono nominati tutti i morti per mafia. Quest'anno tale commemorazione, che è avvenuta a Napoli, è stata preceduta da un convegno itinerante che, mossosi da Torino il 28 febbraio, si è concluso il 6 marzo a Bologna. Chi legge sa che, quando posso, richiamo volentieri la mia terra d'origine e, quando da immigrata adolescente associavano la mia provenienza con la mafia, ribattevo infastidita che provenivo dalla provincia babba, la ragusana. Lì la mafia non c'era, sarebbe apparsa, ma, per fortuna e per grazia di Dio, non sarebbe attecchita, negli anni'70, quando "cosa nostra", incominciò ad indossare una delle prime pelli che la contraddistinguono nel non essere legalmente corretta. Di mafia mi sono interessata di striscio e solo per frammenti residuali del mio tempo, poche battute dattiloscritte che mi servivano a sgombrare il campo da qualsiasi dubbio. Preparavo la mia tesi di laurea sul terrorismo in Italia e se fra i due fenomeni c'erano state connivenze si dovevano fare chiari distinguo. Lo scopo del terrorismo era e rimane quello di cercare di sovvertire lo Stato, ribaltarne l'ordine. Fini ed obiettivi della mafia erano ben altri. E se il primo si poteva chiaramente individuare e definire come un fenomeno sovversivo, l'altro lo si poteva considerare eversivo. Parola più, parola meno, questo quanto ricordo di avere scritto. Punto. Oggi direi che allora ero stata troppo laconica, fin troppo. Nella quotidianità della vita, invece, e ironia della sorte, condivido con figli e parenti un cognome omonimo a quello di un autorevolissimo capo camorrista che negli anni '80 era di continuo menzionato nei quotidiani e nei notiziari radiotelevisivi.
Premetto fin d'ora che, a breve, mi soffermerò meglio e più lungamente sul fenomeno mafioso, avvalendomi anche di due pagine, fitte fitte, apparse, domenica 27 marzo, su "la Repubblica" sottoforma di speciale, dal titolo "La mafia impunita". Ora vorrei limitarmi a parteciparvi quello che ho vissuto e percepito nel recarmi al convegno intitolato "La mafia a trent'anni dalle stragi. Le verità nascoste e quelle rivelate". Promotore di questa manifestazione itinerante è stato Pippo Pollina, cantautore siciliano che risiede tra la Svizzera e la Germania e che negli anni '80 ha vissuto di persona la vista di Palermo incendiata dai corleonesi. L'artista ha voluto organizzare qualcosa che corresse parallelamente: da un lato i concerti, dall'altro la storia. E sulla verità storica e giudiziale si sono confrontati alcuni dei vari ospiti, mentre altri si sono soffermati sull'importanza dell'impegno e della responsabilità etica e sociale che la società civile deve avere per continuare a tenere alta la guardia, affinché, come ha detto Pollina nel suo intervento in video, "la mafia non si riappropri del territorio".
Mi sono incamminata da casa verso il Politecnico a piedi, giusto il tempo di far affiorare i ricordi legati a quel passaggio poc'anzi citato della tesi, alla lettura, con finale a sorpresa, di uno dei libri di Sciascia, e al richiamo del film "La mafia uccide solo d'estate". Una pellicola del palermitano Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif.
Sono arrivata che l'Aula magna era già piena, da lì a poco tutti i posti sarebbero stati occupati. Molte le donne e le giovani donne; anche tra gli otto relatori presenti o che sarebbero intervenuti a distanza, vi erano tre donne. Due di loro avrebbero testimoniato il tragico evento che da lì in avanti avrebbe segnato e in qualche modo condizionato il resto della vita e che dal pubblico in sala è stato prontamente colto. Andare a quel convegno, malgrado le notizie che incominciavano a circolare sulla guerra in corso, dopo il lockdown e dopo tutto il resto, l'ho vissuto, non lo nascondo a dire (e malgrado la fastidiosissima, seppur indispensabile mascherina), come una vera e propria liberazione. Com'è, cos'è la libertà? La libertà non ha prezzo ed è uguale in tutti gli angoli della terra. Per lei si è disposti al sacrificio, anche quello estremo. Come diceva Enzo Biagi, la libertà non ha bisogno di alcuna aggettivazione qualificante: la libertà è la libertà. Questo pensavo, mentre l'Aula si riempiva e la mafia sa essere tutto fuorché dispensatrice di libertà. Scopo dei suoi accoliti è calamitizzare, corrompere, sottomettere. La giostra su cui siedono è quella di sapere di "poter tenere in pugno" persone inermi che contraccambiano l'illiceità, per un posto di lavoro, una pseudo sicurezza sociale, una vita senza tanti problemi e senza perché. Come si fa a non cadere in tale trappola? Occorre sapere, bisogna conoscere, perché, credenti o no, non siamo schiavi. Siamo figli e figli liberi.
Con stima e simpatia
Adriana Vindigni