15/12/2021

Amici e simpatizzanti di Politica,

scrivo da un luogo che mi è caro perché la straordinarietà della vita ha voluto così. A casa, infatti, scherzando, dico sempre: "E chi ce lo doveva dire che da Pozzallo finivamo a Trento!"
Il buio è arrivato all'improvviso e mi ha colto di sorpresa. Dalla finestra del centro in cui ho trovato ospitalità i pini sovrastano su tutto. Intravedo Trento illuminata, mentre una campana annuncia la messa della sera.
Con oggi, annotavo il 28 novembre, ha avuto inizio, per i credenti, l'Avvento. Per gli altri magari sarà stata una domenica come tante altre, tuttavia una novità c'era stata. Omicron, la nuova variante del Covid-19, era sbarcata in Italia. Arrivava dall'Africa, dal Mozambico. Nel Continente dei poveri dove i vaccinati con una dose di richiamo sono solo il 6% la rabbia serpeggia. I paesi ricchi hanno un miliardo di dosi non utilizzate, e di queste, entro la fine dell'anno, 50 milioni sono da buttare via. L'Europa torna a blindarsi a causa dei contagi in aumento, al riguardo anche il nostro Paese sta provvedendo. Grazie alla "dittatura sanitaria" avendo un alto tasso di vaccinati, nonostante i no vax e i no pass, al momento siamo tra le nazioni più protette. Nel mare delle altre notizie questa è indubbiamente tra le più confortanti. Per tutto il resto, a star dietro a giornali e notiziari, è il caso di dire: "E che Dio ci aiuti". A Dio si è rivolto il suo maggiore emissario in terra il 27 marzo del '20, nel dare avvio, con il giovedì santo, alle celebrazioni della Pasqua, in una piazza San Pietro deserta. Con un' espressione terrea il vicario di Cristo ha parlato di paura e smarrimento e se da settimane era scesa la sera aveva anche detto che quei giorni di crisi legati alla pandemia da Covid-19, erano anche "un tempo propizio per trovare il coraggio di una nuova immaginazione del possibile, con il realismo che solo il Vangelo può offrirci". L'immaginazione del possibile legato al realismo evangelico: in tutto ciò ritrovo l'operato lapiriano. Giorgio La Pira, cittadino del mondo, che fece della politica, servizio. Ma non intendo divagare. Due anni prima una sconosciuta ragazzina svedese, Greta Thunberg, con i suoi scioperi settimanali, iniziati in sordina, in difesa dello sviluppo sostenibile e contro il cambiamento climatico, aveva attirato la curiosità della stampa e dei coetanei. Nel 2019, il 15 marzo, su scala mondiale aveva dato vita al movimento Fridays for Future, divenendone la paladina. Il passato è quasi d' obbligo perché il sentimento di rabbia e frustrazione che ha pervaso la giovane già alla vigilia della kermesse di Glasgow si è enfatizzato con il documento finale della Cop 26. Prima di proseguire, mi permetto di soffermarmi su tre parole che anni addietro mi sono mentalmente vergata. Sono: probabilità, possibilità e necessarietà. Gli accadimenti della vita sottostanno a queste disposizioni. Il probabile riconduce all'analisi, al ragionamento, il possibile dilata il campo e, per dirla con la Dickinson, può pervenire al Paradiso. Infine c'è la necessarietà che, dettata dall'urgenza, dal bisogno di cambiamento, non di rado degenera in rabbia, a cui, quando non raggiunto l'obiettivo si fallisce, può subentrare l'impotenza. La necessarietà implica, impone durezze. Queste, se sono messe in atto con malafede, e la storia ce lo insegna molto bene, possono causare danni e provocare enormi disastri.
Questo breve e magari, ai più, molto ovvio richiamo, mi sono sentita di farlo per due, anzi, tre motivi. Il primo è quello di invitare alla lettura di due articoli, apparsi rispettivamente su Doppio Zero e su L'Osservatorio Romano. Su Doppio Zero è stato pubblicato, a firma di Marco Belpoliti, l'articolo: "Greta Thunberg:rabbia e fallimento". L'autore, tra scetticismo e realtà, richiama alcuni libri. Uno di Franco Palazzi, dottorando in filosofia, "La politica della rabbia" ed. Nottetempo, che ha per sottotitolo "Per una balistica filosofica". La rabbia, infatti, "precede qualcosa che si può trasformare in aperto conflitto: guerra o anche rivoluzione… Glasgow ha dimostrato che la base di rabbia di Greta Thunberg è il fallimento. Cosa ha concluso fin qui Greta? Nulla" . Belpoliti va oltre e, analizzando "il fallimento che è un'esperienza transitoria nella scienza: prova e riprova e non si perde mai d'animo", considera la giovane svedese alla stregua dei profeti dell'Antico Testamento. Questi invitavano a pentirsi e convertirsi. Tuttavia in quest'epoca in cui il Sacro, ormai nebuloso, è dato per scomparso, se non addirittura estinto, la figura di Greta associata ai profeti biblici sarebbe anacronistica. La pulzella svedese non potrà assurgere al martirio del rogo o della lapidazione, al più potrà essere paragonata alla figura dell'artista. Il saggista e scrittore, citando Emanuele Trevi, vincitore della LXXV edizione del Premio Strega in "Viaggi iniziatici Percorsi, pellegrinaggi, riti e libri" ed. Utet, che, a sua volta, ricorre a Mircea Eliade, scrive, riportando quest'ultimo, "Scomparso il sacro… l'unico luogo dove il fallimento staziona in forma stabile e duratura è la letteratura. L'ultima metamorfosi dell'homo religious è lo scrittore, che dal suo fallimento" fa scaturire la luce della visione suprema". Il fallimento come l'impotenza - e Marco Belpoliti rinvia a un altro testo di Paolo Virno, docente di Filosofia del linguaggio all'Università Roma tre, "Dell'impotenza. La vita nell'epoca della sua paralisi frenetica" ed. Bollati Boringhieri"- sono due esperienze che la persona moderna, immersa nel "turbocapitalismo", non può fare a meno di affrontare. Conclude l'autore: "Questa società di massa (è stata) edificata non da temibili dittatori, ma da noi stessi, come aveva intuito Pier Paolo Pasolini". Il poeta friulano, barbaramente ucciso, massacrato di botte, sul litorale ostiense, sapeva porsi sulla "soglia", di cui più in là accennerò. L'artista di sé diceva: "Vorrei che le mie esigenze espressive, la mia ispirazione poetica, non contraddicessero mai la vostra sensibilità di credenti. Perché altrimenti non raggiungerei il mio scopo di riproporre a tutti una vita (quella di Cristo) che è modello - sia pure irraggiungibile - per tutti".
L'altro articolo proposto è quello di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, apparso nei giorni scorsi su L'Osservatorio Romano. Petrini, ponendosi sulla scia della Possibilità dickinsoniana invoglia, proprio a causa delle due principali crisi che ci stanno attanagliando, economico-sociale e climatico - ambientale, a rinnovare i nostri sistemi alimentari che, così come sono, danneggiano il pianeta e creano disuguaglianze sempre più marcate. Il secondo motivo, unitamente ai libri precedentemente menzionati, è il suggerimento del libro "Fuoco nella notte. Sette parole per immaginare il futuro" di Antonio Spadaro, direttore della rivista dei gesuiti "La Civiltà Cattolica". Il testo consta di sette capitoli/saggi, uno per ogni singola parola: viaggio, frontiera, ring, germoglio, cose, Logos e pandemia. È un libro complesso e affascinante, pervaso di metafore e rinvii artistici che spaziano dalla poesia alla letteratura, al cinema, in cui sono narrati personaggi mitici e luoghi, intrinsecamente legati a "nuovi cammini". Tutti e sette i capitoli conducono alla soglia. In "viaggio e frontiera" questa è evidente, nelle altre va ricercata, inseguita e lestamente carpita, come un'arsella in mare. I sette vocaboli, come viene sottolineato nell'introduzione del volume, sono parole-conchiglia che "lasciano ascoltare il mondo dal quale provengono e creano echi profondi". Tra quanti si pongono a tale ascolto c'è Papa Bergoglio. Pellegrino sulla terra, di continuo oltrepassa confini e varca soglie e, come un poeta sociale, lotta e non desiste. "Sono tante le pandemie che fanno morire la gente e noi non ce ne accorgiamo" aveva già detto a Santa Marta. "Capire cosa Dio ci sta dicendo in questi tempi di pandemia diventa una sfida anche per la missione della Chiesa". Nella sua visione del possibile il Papa utilizza "potenti immagini quali la barca, il sottosuolo, la guerra, l'unzione, la finestra… un mosaico… che da una parte mette in guardia e dall'altra incoraggia… "a non avere paura di affrontare la realtà". Nella notte più cupa più buia, capita che risuoni la voce della Chiesa: "Cristo, mia speranza, è risorto". E di notti Francesco ne descrive quattro. Quella del cittadino, delle sanzioni internazionali, dell'egoismo e della rivalità tra Stati e, infine, dei conflitti armati.
Il terzo motivo, se ancora non risulta chiaro: leggiamo, leggiamo libri. Ci fa bene all'anima. Chiedo scusa per questo lunghissimo scritto e, a nome del direttivo, auguro buon Natale e liete feste.
Con stima e simpatia
Adriana Vindigni