14/05/2019

Amici e simpatizzanti di Politica,
"Noi europei dobbiamo fare da soli se vogliamo l'Unione". In questo modo si è espresso il filosofo veneziano Massimo Cacciari a Viterbo. Ma, alla luce di quanto avviene nel Continente, prima di ogni cosa è opportuno che tutti noi ci chiediamo quali risvolti, con la rivoluzione tecno-digitale, in un mondo ormai globalizzato, ha avuto questa crisi finanziaria internazionale, avviatasi nel 2008. E, ancora, se siamo coscienti che non è venuta meno solo l'economia a cui eravamo abituati, ma è venuta anche meno, nel senso che non l'abbiamo più manutenuta, tenuta in mano, la tela democratica dell'Europa solidale auspicata da Adenauer, Schuman e De Gasperi. La crisi economica si è trasformata in una crisi della democrazia europea, con un processo iniziato ancor prima che la scure degli affari e del liberismo più smodato si abbattesse sulle popolazioni. Nei primi anni di questo secolo, siamo agli albori del 2000, l'Europa (ai 6 Stati fondatori del 1947, nel 1972 se ne aggiunsero altri 3, negli anni '80 altri 3 e nel 1995 ancora altri 3) si era nel tempo allargata, sino ad arrivare a 15 stati membri. Dopo l'entrata in vigore della moneta unica il 10 gennaio 2002, nel 2004 avverrà l'inserimento più massiccio. In quell'anno faranno il loro ingresso nell'Unione europea prima 10 paesi, eppoi altri 2, fino ad arrivare agli attuali 27. Quest' espansione, che avrebbe dovuto trovare conferma e slancio con il sigillo di un'unica costituzione europea, neanche un anno dopo, siamo nel 2005, viene bloccata da francesi e olandesi che la bocciano attraverso referendum. Le speranze di un'effettiva coesione tra nord e sud est ed ovest, complice anche la crisi economica che avanza, di fatto vengono minate da questo esito che si rivelerà un'impercettibile crepa non opportunamente individuata né dalla politica né dalla cultura. La pedagogia dell'euro non funzionerà e da allora per molti l'Europa incomincerà ad essere vista e vissuta solo come un' economa despota. La governance europea, afferma Cacciari , "è stata dominata da un modello liberista che ha avuto la sua massima espressione nel patto di stabilità e che ha imposto sacrifici enormi ad alcuni paesi permettendo ad altri di avere un enorme disavanzo e non investirlo". "Abbiamo problemi politici che sono irrisolvibili, i problemi economico-finanziari che vengono affrontati secondo quella prospettiva che al suo interno non ha nulla che riguardi uguaglianza sociale, distribuzione dei redditi, occupazione. Senza la sovranità europea, le sovranità nazionali sono fumo. E' propaganda, buona per raccattare qualche voto e portarci al disastro". Lo smantellamento del Welfare avvenuto un po' ovunque, le crescenti disuguaglianze, faranno sì che questi saranno i temi che caratterizzeranno lo scontro politico dei prossimi anni. La nuova destra, scrive il filosofo nell'articolo Il nuovo conflitto sarà radicale, pubblicato il 7 aprile nelle pagine del settimanale L'Espresso, sarà una destra sociale. " Incalzerà la sinistra sul suo terreno. Quest'ultima sarà chiamata a una sfida ardua almeno su due fronti: mostrare concretamente per quali ragioni non regga il programma sociale della destra e in quale contesto complessivo esso si collochi, quale drammatica prospettiva esso apra". Sul primo fronte la domanda è se la sinistra sarà in grado di far comprendere all'elettorato che qualsiasi politica di sviluppo non può fare a meno dell'Europa unita, strutturata in una dimensione federale. Sul secondo fronte, continua lo studioso, " le destre sociali nazionaliste sbandierando crociate anti plutocratiche e inneggiando a indivisibili sovranità si apprestano a trasformarsi in province suddite dell'Ordine a venire, qualunque esso sia". La storia del passato insegna che gli effetti di ciò sono " centralizzazione del potere nell'esecutivo e eclissi totale del Parlamento, dichiarazione di emergenza perenne cui far corrispondere arrogante quanto incompetente decisionismo. A tale deriva non ci si oppone con antifascismi di maniera, ma con stategie di riforma istituzionale, con un'idea di Europa non utopistica, non vuoto dover- essere, ma federazione di Stati che in essa convergono nella consapevolezza che così possono concretamente difendere la propria stessa sovranità" Federazione. Diventare Stati membri dell'Europa, Stato federale," voce di uno ius gentium tutto da rifondare, di un diritto internazionale che sia sistema di vincolanti norme e non di ripetizione di meri principi. Soltanto dall'Europa, dal suo pensiero critico, dalla tradizione democratica radicale europea questa voce può levarsi ed esprimere la propria inconciliabile differenza con la destra che avanza". A corredo di quanto appena scritto, predisposti da Giuseppina Serio, l'acino "Patrie" . A seguire "Federalismo" e, in ultimo, "Spazi".
Con stima e simpatia
Adriana Vindigni