02/03/2019

Amici e simpatizzanti di Politica,
la prossima consultazione europea sarà la prima ad essere veramente sentita. Per l'Italia, specie soprattutto ora che il presidente del Consiglio invita il Paese a correre, il responso, molto probabilmente, a meno di una mirabolante rimonta dei pentastellati, sarà inequivocabile e non ci saranno abbracci che terranno. Con questo voto si tratterà di scegliere quale Europa sogniamo. Auspichiamo vivere in un'Europa inclusiva, pacifica e prospera, ratificata il 25 marzo 1957, con i Trattati di Roma, rinnovati, nel 2017, a Roma, oppure c'indirizziamo verso un'Europa respingente, ripiegata nei propri confini nazionali, impaurita e incapace di affrontare le sfide che il fururo che avanza ci riserva?
L'Europa, che conta 500 milioni di abitanti ed è deficitaria in natalità, accantonando il campo, pur strategico, della tecnologia digitale e dell'intelligenza artificiale, è ancora il continente più ricco al mondo e non può sognare di tirarsi indietro. E' vero che in questo decennio di laceranti crisi economiche e sociali svariate sono state le cause che hanno ingabbiato un po' tutta l'Unione, comprese due delle tre principali Nazioni fondatrici, Francia e Germania. L'altra, tanto per ricordarlo, è l'Italia, seconda (chissà ancora per quanto tempo) potenza manifatturiera in Europa. Dopo 56 anni, pur con qualche tentennamento iniziale di Angela Merkel, i due Stati hanno rinnovato, il 22 gennaio scorso, il Patto di Aquisgrana del 1963. Il nuovo trattato di cooperazione franco-tedesco, con la conferma degli antichi accordi, permette al premier Macron e alla cancelliera Merkel di mantenere reciprocamente le trascorse egemonie. La Francia, come ha messo in evidenza Ernesto Galli della Loggia in un suo articolo "L'egemonia europea di Germania e Francia", apparso sul Corriere della Sera il 25 gennaio u.s., continuerà ad agire indisturbata a sud del Sahara, nel suo ex impero coloniale, in Africa Occidentale, mentre la Germania svolgerà la funzione di baluardo, specie per l'area danubiano-balcanica, nei confronti della Russia di Putin, anche se da questo Presidente essa, unitamente all'Europa, dipende per il gasdotto Nord Stream.
Per dovere di informazione è opportuno rammentare che questo gasdotto e, in particolare, il suo raddoppio, Nord Stream2, in fase di realizzazione, che aggira i paesi baltici, utilizzando la via del Mar Baltico, è un progetto che sta particolarmente allarmando non solo i paesi baltici e limitrofi alla Germania, ma anche Washington, essendo presenti in territorio tedesco forze armate degli Stati Uniti.
L'attuale Unione europea, carente e fragile in molti settori nevralgici, disgraziatamente agli occhi del comune cittadino continua ad essere vissuta esclusivamente come una fredda burocrate, incurante degli effetti che le sue politiche sortiscono. Il cambiamento è necessario e incombente. Se vorrà continuare a esistere nel disegno con cui è stata sognata, avrà bisogno di più unione nelle scelte bancarie, fiscali e migratorie. Le sue pecche vistose andranno risolte. Senza dimenticare le molte cose buone realizzate (libera circolazione di mezzi e persone, erasmus per i giovani, il mantenimento della pace) è pur vero che le disuguaglianze, dal 2007 ad oggi, sono aumentate vertiginosamente e la vita per molti è spesso riconducibile a mera sopravvivenza. Quello che si imputa all'Europa (come del resto all'Italia) è la mancanza della traccia della rotta, che fin qui risulta assente, e che impedisce a una larga fascia di popolazione, appartenente al ceto medio impoverito, di sentirsi rappresentata. Accanto a questa non traccia se ne intravede un'altra, questa sì, molto chiara e preoccupante, fatta di illiberalità che sta conquistando, questo è il grande rischio, una larga frangia del ceto medio, spaventata del proprio futuro, che non ne vuole sapere degli altri, degli stranieri e dei migranti, soprattutto se di pelle nera. Le stime al riguardo indicano che più di 350 milioni di giovani africani tra i 19 e 25 anni nei prossimi 15 anni saranno in età di lavoro e se non lo troveranno, come i molti altri che già emigrano per motivi, non solo economici, ma anche politici e ambientali, abbandoneranno l'Africa.
Qui di seguito, sotto forma di acini, curati da Giuseppina Serio, le prime riflessioni sull'Europa. Rammento, il 16 marzo, l'incontro "Il sogno dell'Europa e la sua crisi", e lo scritto di Gianna Montanari "Perché ricordare Don Sturzo". Dall'appello "Ai liberi e forti", si avvierà il nostro cammino per l'Europa, con altri manifesti e inviti che, a breve, troverete nel sito.
Con stima e simpatia
Adriana vindigni