13/04/2018

Agli amici e simpatizzanti di Politica
come anticipato, la formazione del nuovo Governo della XVIII Legislatura non è ancora vicina e non è detto che con il secondo giro di consultazioni la questione possa essere risolta. Il 22 marzo commentavo con chi mi trovavo accanto che, a mio avviso, il Movimento 5stelle avrebbe tentato il tutto per tutto, pur di andare al Governo. Le manovre in corso mi danno ragione e dubito che il loro premier designato, Luigi Di Maio, si renderà disponibile a fare un passo indietro, accontentandosi di un ruolo secondario, sia pure di rango. Non è nelle vene di questo Movimento che in poco meno di dieci anni, e in questi ultimissimi mesi, in un battibaleno, è riuscito a trasformarsi in un (quasi vero) partito vecchia maniera, che ricerca il contatto continuo con la massa, non più solo attraverso i social e la piazza, ma anche con la, prima aborrita, comunicazione giornalistica e televisiva. E che, non scontato, ha già definito e predisposto un contratto di governo in pieno stile tedesco. Da paladino dell'onestà e della giustizia sociale il 5stelle (che considera retrò e troppo datati riferimenti di destra e sinistra e ancora molto bene non si è capito come, concretamente, affronterà la progettualità della visione di cui sopra e stanerà l'odiata casta) vuole sedersi al tavolo da mazziere, per governare e cambiare al meglio il Paese. Gli organi di stampa informano che bisognerà attendere tre date: l'assemblea del partito più sconfitto, ossia il PD, le elezioni regionali in Friuli, ancor più che in Molise e, in ultimo, il primo maggio. Se si arriverà a questo fatidico giorno, e, se ho ben compreso, le elezioni anticipate non saranno più tecnicamente automatiche, toccherà al presidente della Repubblica cercare di sgarbugliare i vari fili e provare a ricomporre il gomitolo, pensando al bene del Paese che corre seriamente il rischio di collassare. La frustrazione e la vergogna che alligna tra i militanti di sinistra, come è emerso nell'ultimo incontro del 22 marzo, di cui si può ascoltare la registrazione, si spera che nel frattempo possa essersi in parte mitigata. Al momento, nell'attesa, unitamente al secondo acino di Ieri e oggi, che rinvia agli studi dell'antropologo Lévi-Strauss sulla capacità dei nostri antenati di saper trovare al loro interno equilibri, si propone l'ultimo discorso pubblico pronunciato da Aldo Moro, il 28 febbraio 1978, ricevuto dal Centro De Gasperi di Bologna. Il 16 marzo di quello stesso anno lo statista democristiano sarebbe stato rapito dalle Brigate Rosse per essere poi ucciso, giorni dopo, il 9 maggio. Oggi, abituati al tweet di 280 caratteri, queste 12 pagine appaiono appartenere ad altri tempi eppure, da allora, di anni ne sono trascorsi appena quaranta.
Con stima e simpatia.
Adriana Vindigni