02/07/2017

Agli amici e simpatizzanti di Politica
L'ultima volta mi sono congedata anticipando che mi sarei soffermata sul richiamo al "popolo". Nel frattempo si sono svolte le amministrative in mille comuni italiani e non è più tra noi il giurista Stefano Rodotà che l'associazione ha voluto ricordare riproponendo alcune sue opere recensite e presenti nel sito: Solidarietà pubblicata nel 2012, Il diritto di avere diritti del 2015 e l'ultima sua fatica, Diritto d'amore.
Chi è il popolo? Ho scelto ciò che abitualmente è più vicino al sentire di ogni popolazione del pianeta. Popolo è: "l' insieme di cittadini che costituiscono le classi economicamente e socialmente meno elevate". Popolo è anche: "insieme di uomini accomunati da caratteristiche ed elementi comuni, anche generici" che, in determinati frangenti costituiscono e assumono forma di massa, moltitudine, folla.
Ad occuparsi di questo segmento di umanità e ognuno con un suo proprio peculiare modo, sono in molti. Anche qui ho compiuto una scelta. La prima è il rimando di poco sopra a Rodotà che, da laico, si è contraddistinto per l'affermazione dei diritti alla libertà e autodeterminazione della persona a partire dalla propria sfera privata e che negli ultimi vent'anni è diventato particolarmente noto per questo suo impegno e per il lavoro di ricerca e divulgazione sui diritti legati all'informazione e le sue nuove forme. La seconda riguarda un'altra personalità, scomparsa da più di sessant'anni , che ha vissuto con generosità il suo impegno e militanza politica. Ma prima di rimandare ad essa corre l'obbligo ricordare il significato di democrazia, che, com'è noto, è "la forma di governo in cui la sovranità risiede nel popolo che la esercita per mezzo delle persone e degli organi che elegge a rappresentarlo". A tal proposito, Fabrizio Fabbrini, pacifista, assistente di Giorgio La Pira e fautore del Movimento internazionale per la riconciliazione ( MIR) in una sua pillola omeopatica, dopo aver premesso che:

"Il nostro tempo ci convoca a una azione sociale e politica dimensionata alla portata cosmica della sfida che è stata lanciata e che non possiamo ignorare o rimandare: la sfida di fondo non già tra l'uno o l'altro programma, ma quella, sempre rimandata o evitata, tra il primato della persona o quello dell'ideologia, tra chi addita valori e chi difende privilegi."

rammenta che "demi rinvia non tanto al popolo, quanto ai "Demi, cioè delle piccole realtà territoriali in cui si differenziava lo stato ateniese.....Quei piccoli cantoni di realtà famigliari reggevano la intera democrazia nell'Attica mandando le decisioni ad Atene, ove l'assemblea cittadina accoglieva le proposte dei singoli Demi. Ed era vera democrazia finché l'assemblea cittadina non si affidò ai Demagoghi."

Il suo scritto è molto lungo e mi auguro ci sarà modo e altra occasione per affrontarlo più diffusamente, qui mi preme individuare solo un paio di altri passaggi che spero rispettino il pensiero dell'autore. Su questa visione di attenzione alle "decisioni sociali che si prendevano a livello di base" si inanellerà, secoli dopo, "il primo vero manifesto politico cristiano aggiornato nella enciclica Rerum novarum - secondo cui "la democrazia, o sarà cristiana o non sarà affatto democrazia."
In effetti, egli continua, "nessuna democrazia avulsa dal messaggio cristiano può mai esprimere una forma di Stato che riconosca centralità al popolo, che assicuri libertà e indipendenza alle comunità di base. Per cui lo Stato - espressione pubblica globale dei suoi componenti - deve riconoscere e tutelare i diritti dei singoli e delle comunità naturali di base ove essi vivono la loro vita. Qui è la sostanza e anche la forma di quello che sarà l'art. 2 della Costituzione, che il prof. La Pira mise a fondamento di tutto l'edificio costituzionale. Così lo Stato "deve" riconoscere e tutelare quei diritti, i quali non sono prodotti dallo Stato ma che lo Stato si trova dinanzi nella vita reale; e sono questi diritti di base a fondare e a dare legittimità e autorità allo Stato. Perciò tale democrazia è cristiana e "pluralista" cioè emerge da varie aggregazioni di base, diverse una dall'altra. Essa infatti è costruita sulle singole comunità quale espressione di queste, non può essere calata dall'alto, né può essere un blocco unitario, deve essere "plurima", perché molteplici sono appunto le aggregazioni naturali di base che esprimono questa vitalità."

Perché mi sono dilungata fin qui? Perché i commenti e le analisi sugli ultimi risultati elettorali sono lì a dirci che il popolo italiano sta imboccando una via incline al populismo ( altro argomento che a breve sarà esaminato attraverso la lettura di una scheda di un testo che lo tratta), con in più - e le ultime tornate elettorali ne sono lampante prova- la disaffezione mostrata ad esercitare il diritto di voto. Nei candidati non si riconoscono capacità e credibilità e piuttosto che farsi ingannare si preferisce disertare. In un Paese come il nostro, diventato libero grazie al sacrificio di tante vite, non ci si può permettere che per la democrazia spiri aria di smobilitazione. Eppure i maggiori partiti, compreso il partito democratico, sembrano essersi volatilizzati dietro liste civiche. E laddove trovano un coagulo, e mi riferisco al rivitalizzato partito azienda berlusconiano, alleatosi con il partito della Lega, poi difettano, a livello nazionale per la posizione del premierato. I pentastellati sono un movimento i cui aderenti hanno stipulato un patto con il garante Beppe Grillo e Davide Casaleggio, erede di Gianroberto. Quest'ultimi, con un vincolo di partenza, una visione che ondeggia tra ideologia di sinistra e destra, si stanno impegnando a presentarsi all'opinione pubblica come persone per bene, informate e preparate. La speranza di cambiamento, comunque, si è appannata un po' ovunque e in tutti gli strati. A tal punto sembra essersi logorata, che nessuno delle organizzazioni descritte ha in sé la forza di essere maggioranza in Parlamento. In contemporanea, con l'esodo inarrestabile degli ultimi giorni dei rifugiati e dei migranti economici, nel mentre l'Europa si volta indietro, monta nella popolazione, che non vuole sentir parlare di accoglienza e integrazione, malumore e avversità. Ma davvero si dovrà smontare il campo e levare le tende? Possibile che nel Paese non si sia in grado di individuare uomini di buona volontà? Perché la politica non può essere, come ebbe a dire Paolo VI , "il nuovo nome della carità", anzi "l'espressione eroica della carità"? Possibile, come scrive Fabrizio Fabbrini, che non si possa vivere la politica come "servizio orientato al bene comune, che è bene di persone concrete nella loro singolarità e nella dimensione sociale in cui vivono"?
E ora, per concludere, l'aforisma della seconda personalità, Bertolt Brecht, drammaturgo e lirico tedesco, peregrino per il mondo. E' una constatazione amara, tuttavia a questa si deve resistere e reagire con vigilanza e sicura speranza.

"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero gli ebrei: e stetti zitto, perché mi stavano antipatici: poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista: un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto più nessuno a protestare".

Con stima e simpatia
Adriana Vindigni