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IN CHE SCUOLA VOGLIAMO TORNARE

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A cura di Gianna Montanari Bevilacqua

Tra i temi princ

SALUTE SENZA CONFINI. LE EPIDEMIE DELLA GLOBALIZZAZIONE.

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A cura di Gian Paolo Zara

Paolo Vineis
Salute senza confini
Le epidemie della globalizzazione
Codice Edizioni Torino 2020

Paolo Vineis è professore di Epidemiologia ambientale all'Imperial College di Londra. Il suo lavoro principale è sull'impatto dei cambiamenti ambientali (inclusi l'inquinamento atmosferico e i cambiamenti climatici) sulla salute umana e sulle molecole. Ciò include l'uso delle biotecnologie negli studi epidemiologici, ovvero la misurazione quantitativa di insiemi globali di molecole in campioni biologici utilizzando tecniche ad alto rendimento, in combinazione con strumenti avanzati di biostatistica e bioinformatica. In particolare, lo studio dei cambiamenti epigenomici nel DNA è attualmente uno dei campi più promettenti per l'identificazione di impronte digitali ambientali a lungo termine.


Popolo, potere e profitti

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Scheda a cura di Gian Paolo Zara

Joseph Stiglitz

Popolo, potere e profitti

Un capitalismo progressista in un’epoca di malcontento

Editore Einaudi 2020

 

Joseph Stiglitz è nato a Gary, nell'Indiana. Dal 1960 al 1963 studia all'Amherst College nel Massachusetts, poi si trasferisce al MIT (Massachusetts Institute of Technology) per il suo quarto anno come undergraduate e in seguito per conseguirvi la laurea. Dal 1965 al 1966 riceve la borsa di studio "Fulbright Fellowship" che gli permette di frequentare l'università di Cambridge. Negli anni successivi insegna al MIT e alla Yale. Attualmente insegna alla "Graduate School of Business" presso la "Columbia University". Dal 3 ottobre 2003 è membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Dal 2005 presiede il "Brooks World Poverty Institute", nella School of Environment and Development, University of Manchester. Fa parte del Complexity Lab in Economics dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Stiglitz ha rivestito r cura di Gian Paolo Zarauoli rilevanti nella politica economica: ha lavorato nell'amministrazione Clinton come Presidente dei consiglieri economici (1995 – 1997) ed è stato Senior Vice President e Chief Economist (1997 – 2000) presso la Banca Mondiale prima di essere costretto alle dimissioni dal Segretario del Tesoro Lawrence Summers.


George Floyd Firma la lettera aperta contro il razzismo e la brutalita\' poliziesca

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Credo che ti vorrai unire

Firma la lettera aperta

Ci impegniamo a fare la nostra parte, opponendoci alla paura, alla rabbia e all'ignoranza del razzismo con tutta la speranza, l'amore e la forza della nostra umanità.
Riposa in pace, George Floyd.
La tua morte non sarà invano


David Quammen - Perche’ non eravamo pronti

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Scheda a cura di Gian Paolo Zara

David Quammen
Perche’ non eravamo pronti
Microgrammi 16 - 2020
David Quammen è uno degli scrittori e divulgatori scientifici più conosciuti in tutto il mondo. Una lunga carriera sempre in viaggio che gli ha permesso di pubblicare 15 libri. Nato il 24 febbraio 1948 in Ohio, David Quammen sin da giovane si è avvicinato al mondo della letteratura. Una passione che lo ha portato a scrivere 15 libri e soprattutto a viaggiare molto per continuare i propri studi sulla natura e non solo. Nel 2014 il suo nome è stato al centro di polemiche per i lavori dedicati alla diffusione dell’Ebola in Africa ma anche negli altri continenti. Opere che sono state molto contestate in tutto il mondo anche se l’autore non ha mai fatto un passo indietro. Negli ultimi tempi lo statunitense si è concentrato sul coronavirus. Dopo aver studiato ad Oxford, Quammen si è trasferito in Montana per la sua passione per le trote. Attualmente continua a vivere nello stato americano con la moglie Betsy Gianes, molto conosciuta negli Stati Uniti per le sue continue battaglie in favore dell’ambiente. Del resto sappiamo ben poco dello scrittore che ha sempre preferito lasciare la sua vita privata fuori dalla luce dei riflettori.


Noam Chomsky - Crisi di Civilta'

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Scheda a cura di Gian Paolo Zara

Noam Chomsky
Crisi di Civilta'
Pandemia e Capitalismo
Ponte alle Grazie 2020
Noam Chomsky nasce a Filadelfia il 7 dicembre1928. E’ un linguista, filosofo, scienziato cognitivista, teorico della comunicazione, accademico, attivista politico e saggista statunitense. Docente emerito di Linguistica al Massachusetts Institute of Technology, è riconosciuto come il fondatore della grammatica generativo-trasformazionale, spesso indicata come il più rilevante contributo alla linguistica teorica del XX secolo. Parallelamente a ciò, Chomsky è particolarmente noto per il suo attivismo ed impegno politico, d'ispirazione socialista libertaria. La costante e aspra critica nei confronti della politica estera di diversi paesi, in particolar modo degli Stati Uniti, così come l'analisi del ruolo dei mass media nelle democrazie occidentali, lo hanno reso uno degli intellettuali più celebri e seguiti della sinistra radicale statunitense e mondiale. Ha analizzato varie problematiche di politica internazionale a partire dalla critica al neoliberismo (tema centrale dei suoi incontri e dei suoi scritti), inteso come dottrina economica basata sulla radicalizzazione della centralità del mercato che, secondo Chomsky, ha portato a vari disastri sociali, come il crescente divario tra ricchi e poveri (in particolar modo nei paesi dell'America latina) e la perdita di controllo sul potere statale da parte dei cittadini. Nel dibattito sulla pena di morte, Chomsky si è dichiarato un convinto oppositore. Nel 2016 ha dichiarato al quotidiano italiano il manifesto che - per via delle dichiarazioni sulla gestione del riscaldamento globale e della politica estera, ma anche per la politica economica liberista - l'umanità intera corre seri rischi di involuzione; da socialista libertario, ha più volte affermato in passato che idee liberali-libertarie di tipo anarco-capitalista, qualora applicate al mondo reale della politica, produrrebbero "tali forme di tirannia e oppressione come se ne sono viste poche nella storia dell'umanità"; pur criticando da sempre anche i democratici, sostiene che l'odierno Partito Repubblicano statunitense costituisca "una delle organizzazioni più pericolose nella storia dell'umanità"


Sotto Padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana

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Marco Omizzolo

Sotto Padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana

Editori Fondazione Giangiacomo Feltrinelli 2019

Scheda a cura di Gian Paolo Zara

 

 

Marco Omizzolo, è nato nel 1975 a Sezze (Latina), vive a Sabaudia e ha sempre avuto la passione per lo studio e la comprensione della realtà che lo circonda. È diventato sociologo, uno tra i più attivi in Italia, dopo aver sperimentato, per circa 3 anni, gli studi universitari in Giurisprudenza. Ha prodotto una tesi sulle migrazioni internazionali e uno studio empirico sulla comunità sikh pontina, attraverso l’osservazione sul campo. Ne è venuta fuori un’esplosiva inchiesta sul caporalato che ha scatenato un terremoto giudiziario nella provincia di Latina. Grazie all’essersi “infiltrato” nelle campagne pontine, bracciante tra i braccianti indiani, sottomessi a un caporale connazionale e a un padrone italiano, ha messo a fuoco i contorni di un fenomeno sempre più capillare e radicato. Marco Omizzolo ha anche seguito i movimenti e le attività di un trafficante di esseri umani in Punjab (India), per diversi mesi, nell’ambito di uno studio sulla tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo. Sergio Mattarella, nel dicembre 2018, gli ha conferito un prestigioso riconoscimento per il suo impegno in difesa della legalità grazie alla sua opera di contrasto al caporalato. A lui l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, individuato dal Presidente come simbolo di impegno civile. Ha ricostruito e raccontato la rete di crimini dietro lo sfruttamento dei braccianti nei campi, quelle “agromafie” che innervano e infestano il mercato del lavoro con una realtà vastissima e sommersa. Non sono mancate minacce di morte per il suo impegno contro l’illegalità, ma il suo coraggio e la sua determinazione vanno oltre la paura di essere colpito. Marco Omizzolo è legale rappresentante dell’associazione ‘Tempi moderni’, oltre che consigliere di ‘In Migrazione‘, cooperativa sociale che si occupa di mediazione culturale e assistenza ai migranti. Collabora con diverse pubblicazioni scientifiche sul fenomeno migratorio e con varie testate tra cui L’Espresso. Ha pubblicato numerosi saggi scientifici poi pubblicati su riviste internazionali.

La sociologia secondo Omizzolo? “La capacità di comprendere in un processo continuo e aperto, processi assai complessi, evitando qualunque banalizzazione, e nel contempo immaginare e progettare percorsi di contrasto e riemersione contro ogni forma di violenza e sfruttamento. Su questa strada mi piace camminare e qui spero di continuare a vivere”.

Secondo il sesto rapporto Agromafie dell’Istituto Eurispes, le agromafie in Italia fatturano ogni anno 24,8 miliardi di euro. Soldi sangue e fatica di cui si appropriano padroni e padrini in un sistema criminale che ancora non abbiamo imparato a conoscere bene e che non si ferma davanti a nulla. “….Le mafie dopo aver ceduto in appalto ai manovali l’onere di organizzare e gestire il caporalato e le altre numerose forme di sfruttamento, condizionano il mercato stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati, l’esportazione del nostro vero o falso Made in Italy, la creazione all’estero di centrali di produzione dell’italian sounding e la creazione ex novo di reti di smercio al minuto….”. Ecco quindi che Omizzolo chiarisce subito lo scopo e la metodologia usata per affrontare tale fenomeno: “……Per comprendere tale fenomeno dovevo partire dall’organizzazione di un lavoro sociologicamente e metodologicamente accurato di ricerca-azione e poi di azione sociale, operata direttamente sul campo. Non mi bastava indagare le agromafie. Volevo cambiarle, contrastarle, sconfiggerle. Per questa ragione dovevo organizzare le modalita’ formative e poi vertenziali che potessero permettere l’autodeterminazione ed emancipazione degli sfruttati. E’ l’unico modo per farlo era lavorare sul protagonismo degli stessi sfruttati, degli emarginati, degli scarti gettati negli anfratti delle nostre periferie, lontani dagli occhi del benestanti e ben pensanti….”.

Il libro descrive le condizioni di vita, di lavoro e la resilienza degli “schiavi” sfruttati nelle campagne dell’Agro Pontino, che per la maggior parte appartengono alla comunita’ sikh proveniente dalla regione del Punjab indiano. Quando degli uomini o delle donne vengono considerati schiavi, non sono piu riconosciuti come esseri umani, ma come oggetti. L’autore cita le parole di un padrone italiano, imprenditore di successo, oltre 200 ettari di serre, un suv Mercedes da oltre 100000 euro, una casa che sembra una reggia, “…….Sono uomini al mio servizio e non me frega un cazzo del sindacato dei giornalisti e dei carabinieri. Se vengono dall’India fin qui e non tornano nel loro paese dopo aver lavorato per noi, significa che a loro sta bene e che in patria stanno molto peggio che qui…”.

Nel libro Omizzolo descrive il suo metodo originale con cui affrontava la ricerca sull’agromafia pontina. Attraverso il paziente contatto diretto con i componenti della comunita’ Sikh, la verifica sul campo delle condizioni di lavoro sfruttato, lo studio quotidiano del sikhismo, sino al soggiorno di alcuni mesi in Punjab al fine di capire meglio la loro cultura. Nei vari templi Sikh dell’aera pontina avvenivano incontri formativi con le persone in cui si affrontavano i temi del loro lavoro sfruttato e dei loro diritti, al fine di far nascere nei singoli la coscienza dello sfruttamento e la rivendicazione dei loro diritti. “…..La metodologia di ricerca che decisi di adottare, ossia l’osservazione partecipata, con interviste in profondita’ che collocai all’interno di un dialogo continuo con tutti i membri della comunita’, compresi caporali, trafficanti e leader indiani, mi permise non solo di osservare cio’ che non era mai stato osservato, ma anche di vivere cio’ che non doveva essere ne’ visto ne’ raccontato, e che io avevo osservato e raccontato grazie all’esperienza che avevo vissuto in prima persona come bracciante…..”. Per tre mesi l’autore lavora nei campi sotto padrone come gli schiavi sikh di cui vuole studiare lo sfruttamento. Tutto il libro e’ quindi pervaso delle storie individuali di sfruttamento e violenza.

“….Oltre le pratiche da schiavisti i padroni si organizzano tramite un sistema articolato ed efficiente, in collaborazione con i propri ragionieri, commercialisti, avvocati, consulenti del lavoro, escogitando pratiche che favoriscono i loro interessi: rinnovo dei permessi di soggiorno, buste paga e contratti falsi, e falsamente compilati, salari yo-yo, pagati al computer ufficialmente e poi restituiti, almeno in parte, al padrone in contanti, truffe per il rinnovo dei documenti, salari pagati in ritardo anche di un anno o mai corrisposti, violenze fisiche e intimidazioni, ricatti e violenze sessuali alle lavoratrici……”.

L’autore dedica un capitolo interessante alla tratta internazionale di essere umani che poi sono resi schiavi nell’Agro pontino. La descrizione e’ basata sul suo soggiorno di tre mesi in Punjab e sui riscontri diretti nel campo pontino “……questo genere di tratta e’ espressione di un’alleanza strumentale tra trafficanti indiani, alcuni padroni pontini compiacenti e liberi professionisti dediti all’agevolazione di pratiche utili a questo genere di attivita’ criminali. Una sorta di “protomafia” che sta prosperando grazie alla grave lentezza dimostrata dallo Stato nel comprenderne l’organizzazione, l’evoluzione e gli interessi. Le figure apicali di questa consorteria criminale sono almeno tre: il trafficante indiano e i suoi affiliati, l’imprenditore agricolo compiacente e il gruppo di indiani interessati a emigrare in provincia di Latina. A questa triade si sommano alcuni professionisti, in particolare consulenti del lavoro, impiegati pubblici e agenti delle forze dell’ordine, commercialisti, avvocati e ragionieri. Si tratta di attori senza i cui servizi le organizzazioni criminali punjabi e gli imprenditori pontini collusi non riuscirebbero a realizzare i loro progetti……I proventi di questa operazione variano dai 7000 ai 15000 euro a persona, in relazione al grado di amicizia o parentela che i potenziali reclutati hanno con lo sponsor o i loro referenti locali, alla disponibilità’ economica della famiglia, ai costi per il reperimento dei documenti e del biglietto aereo. Considerando che ogni arrivo dal Punjab comprende un numero di lavoratori variabile dalle 5 alle 20 unita’, ne deriva che il trafficante e il suo clan sviluppano un volume d’affari che va da 35000 a 300000 euro per singolo arrivo…..”.

Una grave scoperta dell’indagine dell’autore e’ stata l’uso di sostanze stupefacenti da parte dei lavoratori-schiavi. Una forma di doping vissuta con vergogna e praticata di nascosto perche’ contraria alla propria pratica religiosa e alla propria cultura, oltre che severamente contrastata dalla propria comunita’ Sihk. Eppure per alcuni lavoratori sikh si tratta dell’unico modo per sopravvivere ai ritmi di lavoro imposti, insostenibili senza quelle sostanze. Quali sostanze? “…..si trattava di bulbi di papavero essiccati, da cui venivano estratti alcuni semi che sciolti nel chai (the indiano) o posti sotto la lingua, avevano un effetto analgesico. Quei bulbi erano la parte residuale o di scarto della lavorazione del papavero per l’estrazione di sostanze stupefacenti…..”. “…Le agromafie dunque corrodono e corrompono non solo il sistema economico, ma anche i corpi dei cittadini, non solo dei lavoratori ai margini del sistema sociale. Le agromafie possono essere lette anche attraverso le analisi cliniche dei braccianti e quelle effettuate sull’ambiente, a patto che ci sia qualcuno disposto a compiere un lavoro tecnico e politico tanto delicato….”.

Nella prima parte del libro l’autore espone quindi il contesto di sviluppo delle agromafie pontine, mentre nella seconda parte descrive il lavoro svolto con la cooperativa sociale In Migrazione per tentare una svolta verso la riconquista dei diritti degli schiavi sikh attraverso progetti e lavoro quotidiano che porteranno alla presa di coscienza individuale e che determineranno la ribellione degli sfruttati con occupazione di serre e due scioperi generali. La metodologia scelta dall’autore per determinare questa svolta e’ ben delineata: “…..Non possiamo immaginare rivoluzioni, ma azioni quotidiane che scardinino l’ordine costituito delle agromafie attraverso la consapevolezza, l’impegno collettivo, l’informazione, la formazione e la ricerca. Meglio accendere ogni giorno un cerino, che attendere un “sol dell’avvenire” che non arrivera’ mai. Ogni lavoratore, migrante o italiano che sia, nel momento in cui comprende il ruolo del padrone e il complesso dei diritti di cui e’ titolare, diventa o puo’ diventare un individuo un po’ piu’ libero, non piu’ completamente controllabile dalle agromafie………ho sempre preferito la politica dei passi piccoli ma certi, sicuri, qualificati e per questo pesanti. Preferisco essere una zanzara che punge il padrone, piuttosto che un leone addormentato nella savana….”. Nei mesi, anni successivi l’autore ha pagato di persona il suo impegno con alcune gravi intimidazioni attraverso messaggi trasversali, vandalizzazioni della sua auto e quella del padre sino a chiari messaggi di morte. Ma contemporaneamente le notizie del suo lavoro venivano riprese da quotidiani e televisioni. Il lavoro quotidiano a fianco dei lavoratori sihk iniziò a dare risultati di presa di coscienza ed iniziarono occupazione delle serre e richieste di miglioramento dei salari e delle condizioni di lavoro che culminarono il 18 aprile 2016 nel primo sciopero generale nell’Agro pontino a cui parteciparono oltre 4000 lavoratori-schiavi. “…..Dopo circa dieci anni di semina che alcuni dicevano al vento, di utopia irrealizzabile, di diritti calpestati che nessuno aveva il coraggio di raccogliere e curare, di vite spezzate, di corde al collo tese intorno al collo degli ultimi, di gambe che pedalavano stanche di notte e notti in cui mille lucine bianche sulla fronte di mille uomini si muovevano silenziose dentro le serre, era venuto il tempo della nostra rivoluzione, quella possibile in quel momento e quella in cui avevo creduto fin dall’inizio e nella quale continuo a credere….. non piu’ sotto padrone, ma contro il padrone e per un Paese migliore. Quei semi avevano fruttato diritti….”.

Per chiarire meglio il clima politico istituzionale a Latina il 18 aprile 2016, giorno del primo sciopero organizzato dai braccianti-schiavi, Omizzolo racconta le parole del Prefetto davanti alla delegazione dei braccianti ricevuti in Prefettura durante lo sciopero. “…. Ci disse guardandoci negli occhi. Cari signori, questa prefettura, finche’ ne saro’ responsabile io, non trascurera’ alcuna situazione di sfruttamento e non tollerera’ alcuna forma di illegalita’. Perche’ ciò possa accadere e’ pero’ necessario che i cittadini ci informino, presentino denunce istanze, si confidino con noi. Noi raccoglieremo quelle segnalazioni e faremo seguire indagini accuratissime. Ma questo rapporto di denuncia tra i cittadini e questa istituzione e’ fondamentale. Vi voglio far presente che, proprio per questo, quanto e’ stato da voi organizzato oggi, in questa piazza, per me non ha alcun valore. E sapete perche’? Perche’ questi signori che stanno manifestando in piazza della Liberta’ e dichiarando di essere sfruttati, come anche voi avete qui sostenuto, non hanno mai presentato a questi uffici una sola domanda. Dunque per me tutto questo non ha senso, non esiste, e’ come se non fosse mai accaduto. Chiaro?......”.

In ogni caso la lotta e il lavoro di anni nell’Agro pontino danno i loro frutti nella legge 199/2016 approvata dal Parlamento Italiano nell‘estate del 2016: “…tale legge riscrisse l’articolo 603 del nostro Codice penale che fu rubricato come “disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallienamento retributivo nel settore agricolo….L’art. 1 della legge 199/2016 non punisce infatti, solo, la condotta di illecita intermediazione di manodopera (caporalato) ma anche l’utilizzo, l’assunzione o l’impiego di manodopera in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori, indipendentemente dal fatto che tali lavoratori siano stati reclutati attraverso l’opera di intermediari (ovvero mediante i caporali…) Con la nuova norma, finalmente si potevano mandare in galera anche i padroni….”.

Verso la fine del libro due capitoli interessanti riguardano gli abusi sessuali sulle lavoratrici e il commercio clandestino di fitofarmaci pericolosi e dannosi alla salute dei lavoratori e dei consumatori.

Sul primo aspetto Omizzolo documenta come donne, spesso migranti, per lavorare devono accettare di essere palpeggiate dal padrone o dal caporale di turno, se non di salire sull’auto del padrone allo scopo di soddisfare le sue pulsioni. “……Non era solo perversione. Era anche l’espressione di un potere machista e padronale che faceva del corpo delle lavoratrici un oggetto, uno strumento per fare soldi e per godere.

Circa i fitofarmaci illegali, grazie al lavoro da infiltrato, l’autore riesce a documentare e a procurarsi campioni di sostanze tossiche e cancerogene usate nei campi pontini. “….I carabinieri del Nucleo antisofisticazioni ci fornirono i numeri dei sequestri negli ultimi anni. 12631 confezioni nel 2018, 2095 nei primi 6 mesi del 2019. Era solo la punta dell’iceberg…. questi prodotti producono il cancro. Infettano l’aria respirata dalla popolazione. Poi infettano il corpo dei braccianti, e a volte anche dei padroni. Infine anche quelli dei consumatori, che acquistano prodotti pensando che siano genuini. Si scopri’ un inferno tossico e criminale….”.

L’autore conclude cosi il suo libro: “…….Mentre scrivo, le lotte dei braccianti indiani nel Pontino continuano. La loro soggettivita’ si sta liberando da ogni condizionamento professionale e interessato. Negli ultimi due anni hanno conquistato la loro autorevolezza e indipendenza, anche rispetto alla mia azione, e questo e’ indicatore di un lavoro sviluppato nelle vene di una comunita’ e di una classe sociale che ha deciso di essere indomita contro le agromafie e il caporalato. E’ una comunita’ partigiana che sfida il padrone, caporale, mafioso, trafficante e professionalmente corrotto. Una sfida che costa fatica, rischi, esposizione, ma che resta, ieri come oggi, l’unica strada possibile pre rafforzare la democrazia e rendere vivi i diritti dei lavoratori…..”.

 

 

 


ACINO LII - Videolezioni

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Videolezioni: cronache semiserie

Su "Rocca" (n. 7/8, 1/15 aprile 2020, pp. 37-39) Marco Gallizioli nell'articolo "Videolezioni: cronache semiserie" fa un'analisi a caldo del nuovo modo digitale di fare scuola ai tempi del coronavirus. La sua è davvero una cronaca semiseria, con notazioni umoristiche a proposito degli allievi che, visti da uno schermo, appaiono tutti attenti e zitti; ma sarà così? Qualche indizio suggerisce qualche defezione… Ma insieme alla nostalgia del docente per le piccole cose della vita scolastica quotidiana, anche quelle meno gradevoli, c'è anche la scoperta, con meraviglia, della profondità delle riflessioni di alcuni studenti: "Mi ha meravigliato la capacità di alcuni di aprirsi anche a profonde domande di senso, ad analisi per nulla superficiali su ciò che questa tragedia permette di comprendere, su ciò che ci costringerà a scegliere, insieme, come umanità...". L'autore manifesta la convinzione che questa non potrà essere la didattica del futuro: "… la scuola, quella di sempre, è essenzialmente relazione e incontro: è così fisica che nessun surrogato può efficacemente sostituirla". Ma per il momento "cerchiamo per come siamo capaci di diventare sperimentatori e apripista… Ogni tempo ha le sue sfide; questo, ci ha provocati così, senza preavviso e senza corsi di formazione specifica".
    A cura di Gianna Montanari


ACINO LIII - W LA MAMMA

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W LA MAMMA

Cara sconosciuta ragazza, scrivo a te che da poco sei mamma e hai tra le braccia un fagottino nuovissimo. Sei un tipo in gamba… ma anche tu sei nuova, come mamma e forse oggi, senza confessarlo neanche a te stessa, hai un po’ paura. Magari cerchi aiuto intorno a te ma non ti bastano i consigli di cui sono prodighe mamma e suocera. C’è il marito, il fidanzato o compagno, in una parola l'UOMO! Ma purtroppo in genere brilla per inadeguatezza e frasi infelici: -Sei bellissima, amore, vedrai che con un po' di ginnastica quella pancia ti andrà via-

Certo, ci sono alcuni splendidi esemplari di uomini, rare creature (esistono, qualcuno le ha viste!) che sanno fare proprio tutto, tranne che allattare il bambino, per ovvi motivi.

Io mi rivolgo a te che non hai accanto l'eccezione, ma quel bravo ragazzo un po' sperso, che la volta che gli lasci la bambina dopo dieci minuti ti telefona: - Senti, Giulia continua a piangere, che faccio? vado al pronto soccorso? - (Di questi tempi poi!)

A te che ti chiedi come ha fatto tua madre, che criticavi tanto! a crescere tre figli, quando tu con uno solo stai per dare di matto; a te che di fronte al suddetto fagottino che sta sveglio di notte e che di giorno pare il Bambinello dormiente, a te che crolli dalla stanchezza e ora stai pensando :- Non ce la faccio più…Proprio a te dico: Coraggio, ce la stai già facendo! in ogni bambino c'è una forza che non dipende dalla perfezione della madre, se no il mondo sarebbe finito da un pezzo. E in ogni madre c'è un potere di cui ignora la grandezza. Lei e il figlio sono due parti di amore, cieco e inconsapevole quello del neonato, adulto e crescente quello della madre, che fioriscono, si cercano, si ricongiungono, insieme prendono forma e diventano la MAMMA e il suo BAMBINO. Auguri mamma! Non sei perfetta, non importa, non riesci a essere come vorresti, non importa. Sorridi un po' a te stessa e anche di te stessa. In fondo ha ragione lui, sei bellissima e vedrai che con un po' di ginnastica eccetera…Ogni tanto ti viene da pensare un po’ male di lui? Ma no, abbi pazienza. Anche lui ha bisogno di fare un percorso per diventare PAPA'.

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=123334022689568&id=110932317263072&scmts=scwspsdd&extid=X5vn7x5qwJTbSyoG 

Paola Montanari


Saluto a GIUSY

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Il funerale di Giuseppina Serio avverrà sabato 16 maggio alle ore 9.30.

Il rito funebre verrà celebrato sottostando alle disposizioni del DPCM del 26 aprile 2020 nella Parrocchia Gesù Buon Pastore in via Matilde Serao 30 a Torino

 

 

Cara Giusy,
il Tuo lasciare così velocemente il mondo per raggiungere il nostro caro Pier Ignazio Bovero ha colto TUTTI NOI di sorpresa.
Ti vogliamo ricordare con questi brevi pensieri che il nostro cuore alimenta.
Una VITA, la Tua, dedicata alla conoscenza, all'approfondimento, ai viaggi, nel continuo impegno fisico e intellettuale ad illuminare i tuoi studenti, i tuoi amici e tutti coloro che hai incontrato nel tuo percorso di persona attenta ai segni dei tempi.
La nostra Associazione perde con Te un'amica vera, una figura di riferimento, una risorsa capace di trasmettere intense e profonde riflessioni che ci hai donato con quella Tua “culturale attenzione” sui temi filosofici, politici, sociali, storici ed economici.
Maestra di serietà e precisione hai saputo offrire a chi Ti ha conosciuto spunti e strumenti utili alla comprensione della realtà contemporanea e all'individuazione di nuove prospettive per il maggior bene comune possibile...
E' stato un onore conoscerTi, confrontarci, sostenerci e percorrere insieme il sentiero dell'Umanità nella ricerca della Verità.
Grazie Giusy.

 


Don Ciotti: Resistere per costruire insieme un nuovo umanesimo di liberta

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Don Ciotti scrive:

Perché questo 25 aprile – vissuto ieri con grande e intensa partecipazione – non sia presto dimenticato come ogni celebrazione puramente retorica, bisogna ripartire da una consapevolezza scomoda ma necessaria: abbiamo fatto un cattivo uso della libertà che ci è stata donata.

Per costruire un vero cambiamento bisogna allora innanzitutto ripensare la nostra idea di libertà. La libertà è un bene comune, prima che individuale. È un bisogno di tutti. Per questo è da sempre il motore più potente della Storia, quello che spinge a lottare contro le ingiustizie, le violenze, le dittature. Quello che ha animato la Resistenza e ci ha consegnato la democrazia.
Ma l’ideale di libertà che ha animato i partigiani e ispirato le pagine della Costituzione è stato corrotto. La libertà si è degradata da bene comune a bene individuale. Della libertà è stato fatto un cattivo uso: esclusivo e a volte criminale. Allora il punto fermo, imprescindibile, è che la libertà di ciascuno comporta quella degli altri. La libertà è di tutti o non è libertà. Si è liberi con gli altri e per gli altri. Non saremo liberi finché un solo uomo sulla Terra sarà ancora sfruttato, umiliato, oppresso. La libertà comporta l’impegno a liberare chi ancora libero non è.

Allora questo “25 aprile” celebrato in una contingenza difficile e drammatica come quella della pandemia, deve essere un’occasione per rileggere la libertà alla luce della responsabilità. Sì, perché la libertà senza responsabilità degenera in arbitrio, in egoismo, in affermazione di sé contro gli altri o a scapito loro. È la logica che muove questo sistema economico, sistema «ingiusto alla radice» – come dice papa Francesco – ingiusto perché selettivo. Un sistema che ha distrutto i diritti e i beni comuni, trasformandoli in privilegi di chi detiene potere o possiede ricchezza.

Per uscire davvero da questa crisi sanitaria non basta allora trovare un vaccino contro il virus: bisogna trovarne uno anche contro gli egoismi. Altrimenti, se saremo colpiti da un altro virus, da un’altra crisi di questa portata, la logica dell’intervento sarà inevitabilmente quella del mors tua, vita mea, della sopravvivenza garantita solo ai ricchi, ai potenti, ai corrotti, ai mafiosi. E negata ai deboli, ai poveri, agli immigrati, agli anziani non “produttivi”. Già abbiamo visto qualche agghiacciante avvisaglia di questa selezione disumana.
Allora l’eredità che ci lascia questo settantacinquesimo 25 aprile è etica e insieme pragmatica: impegnarci di più, insieme, per costruire un Nuovo Umanesimo, un nuovo paradigma dell’umano, come anche esorta la Laudato si’ di papa Francesco. È una questione culturale, prima che politica. Dobbiamo avere il coraggio di lasciare la strada distruttiva e suicida dell’individualismo per riconoscere la nostra comune appartenenza all’”umano”, a partire dai suoi bisogni fondamentali: casa, lavoro vero, istruzione, cura del corpo e dell’anima. È questa la premessa per liberarci dalle mafie e dalla corruzione, dalla produzione e dal commercio di armi, da un’informazione asservita a poteri forti – industriali e non solo – che tace o deforma la realtà. Più in generale, per liberarci da un sistema economico che arricchisce pochi a spese di tutti gli altri, alimentando la povertà, la disoccupazione, la disperazione. Pensiamo ai giovani in cerca di lavoro, agli anziani soli e abbandonati, al vergognoso Olocausto dei migranti, vittime dell’egoismo e dell’indifferenza globali.

La parola “libertà” vada dunque interpretata con occhi nuovi, libertà come coraggio e impegno per contrastare le disuguaglianze e denunciare una politica incapace di pensare e operare oltre la logica dei profitti, e prima ancora di distribuire quei profitti in modo equo. Un Paese non è un’azienda. Un Paese è una comunità di vite, di speranze, di culture che diventa tanto più grande quanto più accoglie, si relaziona agli altri Paesi, stabilisce rapporti, abbatte muri e diffidenze. Si parla tanto in questi giorni della solidarietà come di un principio fondante dell’Europa unita. È così, ma i Padri della Comunità Europea – come i partigiani della Resistenza – sognavano un mondo dove la dignità e la libertà della persona fosse il valore fondamentale, valore inestimabile, non valutabile con i parametri del “mercato”. Un mondo dove l’economia fosse servizio al bene comune e non, come si è ridotta, strumento di ricatto e di potere.
Ricordiamolo quando parliamo di solidarietà europea, e facciamo in modo che la memoria di questo “25 aprile” diventi davvero impegno.

Sacerdote, fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera