Reminescenze dantesche a cura di Gianna Montanari Bevilacqua


Il 25 marzo 2020 si aprirà ufficialmente l’anno dantesco, che si prolungherà fino al 2021 per celebrare i 700 anni dalla scomparsa di Dante Alighieri, nato a Firenze nel 1265, morto a Ravenna nel 1321. Il 25 marzo sarà d’ora in avanti il Dantedì, poiché gli studiosi collocano in tale data l’inizio del viaggio del sommo poeta negli Inferi. In mezzo a tutti i discorsi e le manifestazioni che si terranno ad alto livello, voglio aggiungere alcune mie modeste riflessioni e ricordi legati alle mie esperienze scolastiche sia come studentessa che come insegnante.



In prima liceo aspettavo con ansia di cominciare la lettura della Divina Commedia, ma il nostro professore d’Italiano, che era senz’altro un tipo originale, ci fece attendere fino alla fine del primo trimestre. Aveva, sì, iniziato a parlarci di Dante, ma la prima informazione che ci diede fu che quel monellaccio fiorentino faceva battaglia per strada… a palle di letame con gli altri ragazzi. Continuò con questo ritornello a lungo, volendo così introdurci – credo - nell’ambiente sociale e storico in cui il piccolo Alighieri era cresciuto. Sinceramente non ho mai approfondito la veridicità di quella notizia, ma è rimasta indelebile nella mia memoria. Naturalmente ad essa, lezione per lezione, seguì la storia di Firenze tra la fine del 1200 e i primi anni del ‘300: i guelfi e i ghibellini, i guelfi bianchi e i guelfi neri, l’intervento del papa Bonifacio VIII a favore dei guelfi bianchi, le lotte intestine e l’esilio di Dante; conoscemmo la storia dei Comuni italiani, con le loro divisioni e rissosità, l’ideale dantesco di un Impero che mettesse fine a tutte le dispute e esercitasse il suo potere in forma autonoma dal potere papale, in quanto entrambi discendenti direttamente da Dio; era la cosiddetta teoria “dei due Soli”, che confutava la visione ierocratica affermata ai primi del ‘200 dal papa Innocenzo III, secondo cui, come la Luna riceve la luce dal Sole, così il potere politico riceveva la sua legittimazione dal Papato. Dopo aver letto dalla VitaNova “Tanto gentile e tanto onesta pare..” e dopo esserci fatta un’idea del perché Dante avesse scritto un trattato in latino (De vulgari eloquentia) per affermare l’importanza di una lingua volgare unitaria, finalmente ci avvicinammo al sommo poema. La lettura fu allietata dagli schizzi alla lavagna raffiguranti la voragine dell’Inferno, la montagna del Purgatorio, i cieli del Paradiso; quelli che ricordo meglio sono i disegni di Beatrice, una sagoma curvilinea ai punti giusti… d’altra parte il prof. ci diceva che avrebbe voluto pubblicare la Divina Commedia a fumetti. Tuttavia, a parte queste “piacevolezze”, il professor Enrico Andreoli ci fece entrare nell’universo dantesco e ce ne fece intendere lo spirito, senza nozionismi, battendo e ribattendo sui concetti essenziali. Le sue lezioni erano un happening, a parte quella volta in cui entrò il Preside e si fermò a seguire il commento al canto XXXIII dell’Inferno, quello del conte Ugolino, e nella circostanza l’Andreoli fece una lezione dotta, soffermandosi sulle interpretazioni del celebre verso Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno.



Anni dopo, diventata insegnante a mia volta, mi trovai a parlare di Dante alle classi di un Istituto tecnico industriale, quindi a ragazzi in genere più portati per le materie tecnico scientifiche che per la letteratura. La Divina Commedia però li coinvolse. Naturalmente l’interesse maggiore



era per l’Inferno, per i grandi personaggi: Paolo e Francesca, Farinata degli Uberti, Ulisse; la loro domanda, espressa o inespressa, era questa: perché li mette all’Inferno, se ce ne fa conoscere la grandezza? Io rispondevo loro richiamando la lezione dell’Andreoli: perché misero la loro più grande passione, sia che fosse l’amore sia la politica sia la sete di conoscenza, al di sopra del sommo bene che è Dio, perché fecero di quella passione il loro Dio. Un canto che suscitava grande attenzione era il V, in cui tra i lussuriosi, percossi dalla bufera infernale che mai s’arresta, Dante incontra Paolo e Francesca, i due sventurati amanti uccisi da Gianciotto Malatesta, marito di Francesca e fratello di Paolo. Spesso quando leggevo i versi in cui Francesca spiega come, in vita, i due giunsero a manifestarsi il loro amore (Noi leggiavamo un giorno per diletto / di Lancialotto come amor lo strinse: / soli eravamo e sanza alcun sospetto...) il silenzio si faceva assoluto. Un consiglio posso dare ai giovani docenti che si cimenteranno con quei sublimi versi: leggete voi, ad alta voce, leggete bene. La vostra lettura sarà il miglior passaporto per inoltrarsi nel viaggio. E quando arriverete al canto XXVI dell’Inferno, in cui Ulisse racconta l’ultimo suo viaggio oltre le Colonne d’Ercole, leggetegli anche il capitolo XI di Se questo un uomo. Quello in cui Primo Levi, nell’inferno del lager, nell’intento di insegnare l’Italiano a Jean, il Pikolo del Commando, mentre entrambi trasportavano la marmitta con il rancio, decide di partire dal canto XXVI dell’Inferno, sforzandosi di ricordare a memoria l’ultimo viaggio di Ulisse. Sono pagine sublimi, che tutti dovremmo conoscere e tenere a mente.



Gianna Montanari

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