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ACINO L - Siamo in cura, non in guerra

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Guido Dotti


Monaco di Bose

 


29 marzo 2020

 


 

 


 

 


Per una nuova metafora del nostro oggi

 


No, non mi rassegno. Questa non è una guerra, noi non siamo in guerra.

 


Da quando la narrazione predominante della situazione italiana e mondiale di fronte alla pandemia ha assunto la terminologia della guerra – cioè da subito dopo il precipitare della situazione sanitaria in un determinato paese – cerco una metafora diversa che renda giustizia di quanto stiamo vivendo e soffrendo e che offra elementi di speranza e sentieri di senso per i giorni che ci attendono.

 


Il ricorso alla metafora bellica è stato evidenziato e criticato da alcuni commentatori, ma ha un fascino, un’immediatezza e un’efficacia che non è facile debellare (appunto). Ho letto con estremo interesse alcuni dei contributi – non numerosi, mi pare – apparsi in questi giorni: l’articolo di Daniele Cassandro (“Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore”) per Internazionale, la mini-inchiesta di Vita.it su “La viralità del linguaggio bellico”, l’intervento di Gianluca Briguglia nel suo blog su Il Post (“No, non è una guerra”) e l’ottimo lavoro di Marino Sinibaldi su Radio 3 che ha dedicato una puntata de “La lingua batte” proprio a questo tema, introducendo anche una possibile metafora alternativa: il “lessico della tenacia”. Le decine di artisti, studiosi, intellettuali, attori invitati a scegliere e illustrare una parola significativa in questo momento storico hanno fornito un preziosissimo vocabolario che spazia da “armonia” a “vicinanza”, ma fatico a trovarvi un termine che possa fungere anche da metafora per l’insieme della narrazione della realtà che ci troviamo a vivere.

 


Eppure, come dicevo da subito, non mi rassegno: non siamo in guerra!

 


 

 


Per storia personale, formazione e condizione di vita, conosco bene un crinale discriminante, quello tra lotta spirituale e guerra santa o giusta, lungo il quale è facile perdere l’equilibrio e cadere in una lettura di se stessi, delle proprie vicende e del corso della storia secondo il paradigma della guerra.

 


 

 


Ma allora, se non siamo in guerra, dove siamo? Siamo in cura!

 


 

 


Non solo i malati, ma il nostro pianeta, tutti noi non siamo in guerra ma siamo in cura. E la cura abbraccia – nonostante la distanza fisica che ci è attualmente richiesta – ogni aspetto della nostra esistenza, in questo tempo indeterminato della pandemia così come nel “dopo” che, proprio grazie alla cura, può già iniziare ora, anzi, è già iniziato.

 


Ora, sia la guerra che la cura hanno entrambe bisogno di alcune doti: forza (altra cosa dalla violenza), perspicacia, coraggio, risolutezza, tenacia anche… Poi però si nutrono di alimenti ben diversi. La guerra necessita di nemici, frontiere e trincee, di armi e munizioni, di spie, inganni e menzogne, di spietatezza e denaro… La cura invece si nutre d’altro: prossimità, solidarietà, compassione, umiltà, dignità, delicatezza, tatto, ascolto, autenticità, pazienza, perseveranza…

 


Per questo tutti noi possiamo essere artefici essenziali di questo aver cura dell’altro, del pianeta e di noi stessi con loro. Tutti, uomini e donne di ogni o di nessun credo, ciascuno  per le sue capacità, competenze, principi ispiratori, forze fisiche e d’animo. Sono artefici di cura medici di base e ospedalieri, infermieri e personale paramedico, virologi e scienziati… Sono artefici di cura i governanti, gli amministratori pubblici, i servitori dello stato, della res publica e del bene comune… Sono artefici di cura i lavoratori e le lavoratrici nei servizi essenziali, gli psicologi, chi fa assistenza sociale, chi si impegna nelle organizzazioni di volontariato… Sono artefici di cura maestre e insegnanti, docenti e discenti, uomini e donne dell’arte e della cultura… Sono artefici di cura preti, vescovi e pastori, ministri dei vari culti e catechisti… Sono artefici di cura i genitori e i figli, gli amici del cuore e i vicini di casa… Sono artefici – e non solo oggetto – di cura i malati, i morenti, i più deboli, beni preziosi e fragili da “maneggiare con cura”, appunto: i poveri, i senza fissa dimora, gli immigrati e gli emarginati, i carcerati, le vittime delle violenze domestiche e delle guerre…

 


Per questo la consapevolezza di essere in cura – e non in guerra – è una condizione fondamentale anche per il “dopo”: il futuro sarà segnato da quanto saremo stati capaci di vivere in questi giorni più difficili, sarà determinato dalla nostra capacità di prevenzione e di cura, a  cominciare dalla cura dell’unico pianeta che abbiamo a disposizione. Se sappiamo e sapremo essere custodi della terra, la terra stessa si prenderà cura di noi e custodirà le condizioni indispensabili per la nostra vita.

 


Le guerre finiscono – anche se poi riprendono non appena si ritrovano le risorse necessarie – la cura invece non finisce mai. Se infatti esistono malattie (per ora) inguaribili, non esistono né mai esisteranno persone incurabili.

 


 

 


Davvero, noi non siamo in guerra, siamo in cura!

 


Curiamoci insieme.

 

Reminescenze dantesche a cura di Gianna Montanari Bevilacqua

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Il 25 marzo 2020 si aprirà ufficialmente l’anno dantesco, che si prolungherà fino al 2021 per celebrare i 700 anni dalla scomparsa di Dante Alighieri, nato a Firenze nel 1265, morto a Ravenna nel 1321. Il 25 marzo sarà d’ora in avanti il Dantedì, poiché gli studiosi collocano in tale data l’inizio del viaggio del sommo poeta negli Inferi. In mezzo a tutti i discorsi e le manifestazioni che si terranno ad alto livello, voglio aggiungere alcune mie modeste riflessioni e ricordi legati alle mie esperienze scolastiche sia come studentessa che come insegnante.


In prima liceo aspettavo con ansia di cominciare la lettura della Divina Commedia, ma il nostro professore d’Italiano, che era senz’altro un tipo originale, ci fece attendere fino alla fine del primo trimestre. Aveva, sì, iniziato a parlarci di Dante, ma la prima informazione che ci diede fu che quel monellaccio fiorentino faceva battaglia per strada… a palle di letame con gli altri ragazzi. Continuò con questo ritornello a lungo, volendo così introdurci – credo - nell’ambiente sociale e storico in cui il piccolo Alighieri era cresciuto. Sinceramente non ho mai approfondito la veridicità di quella notizia, ma è rimasta indelebile nella mia memoria. Naturalmente ad essa, lezione per lezione, seguì la storia di Firenze tra la fine del 1200 e i primi anni del ‘300: i guelfi e i ghibellini, i guelfi bianchi e i guelfi neri, l’intervento del papa Bonifacio VIII a favore dei guelfi bianchi, le lotte intestine e l’esilio di Dante; conoscemmo la storia dei Comuni italiani, con le loro divisioni e rissosità, l’ideale dantesco di un Impero che mettesse fine a tutte le dispute e esercitasse il suo potere in forma autonoma dal potere papale, in quanto entrambi discendenti direttamente da Dio; era la cosiddetta teoria “dei due Soli”, che confutava la visione ierocratica affermata ai primi del ‘200 dal papa Innocenzo III, secondo cui, come la Luna riceve la luce dal Sole, così il potere politico riceveva la sua legittimazione dal Papato. Dopo aver letto dalla VitaNova “Tanto gentile e tanto onesta pare..” e dopo esserci fatta un’idea del perché Dante avesse scritto un trattato in latino (De vulgari eloquentia) per affermare l’importanza di una lingua volgare unitaria, finalmente ci avvicinammo al sommo poema. La lettura fu allietata dagli schizzi alla lavagna raffiguranti la voragine dell’Inferno, la montagna del Purgatorio, i cieli del Paradiso; quelli che ricordo meglio sono i disegni di Beatrice, una sagoma curvilinea ai punti giusti… d’altra parte il prof. ci diceva che avrebbe voluto pubblicare la Divina Commedia a fumetti. Tuttavia, a parte queste “piacevolezze”, il professor Enrico Andreoli ci fece entrare nell’universo dantesco e ce ne fece intendere lo spirito, senza nozionismi, battendo e ribattendo sui concetti essenziali. Le sue lezioni erano un happening, a parte quella volta in cui entrò il Preside e si fermò a seguire il commento al canto XXXIII dell’Inferno, quello del conte Ugolino, e nella circostanza l’Andreoli fece una lezione dotta, soffermandosi sulle interpretazioni del celebre verso Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno.


Anni dopo, diventata insegnante a mia volta, mi trovai a parlare di Dante alle classi di un Istituto tecnico industriale, quindi a ragazzi in genere più portati per le materie tecnico scientifiche che per la letteratura. La Divina Commedia però li coinvolse. Naturalmente l’interesse maggiore


era per l’Inferno, per i grandi personaggi: Paolo e Francesca, Farinata degli Uberti, Ulisse; la loro domanda, espressa o inespressa, era questa: perché li mette all’Inferno, se ce ne fa conoscere la grandezza? Io rispondevo loro richiamando la lezione dell’Andreoli: perché misero la loro più grande passione, sia che fosse l’amore sia la politica sia la sete di conoscenza, al di sopra del sommo bene che è Dio, perché fecero di quella passione il loro Dio. Un canto che suscitava grande attenzione era il V, in cui tra i lussuriosi, percossi dalla bufera infernale che mai s’arresta, Dante incontra Paolo e Francesca, i due sventurati amanti uccisi da Gianciotto Malatesta, marito di Francesca e fratello di Paolo. Spesso quando leggevo i versi in cui Francesca spiega come, in vita, i due giunsero a manifestarsi il loro amore (Noi leggiavamo un giorno per diletto / di Lancialotto come amor lo strinse: / soli eravamo e sanza alcun sospetto...) il silenzio si faceva assoluto. Un consiglio posso dare ai giovani docenti che si cimenteranno con quei sublimi versi: leggete voi, ad alta voce, leggete bene. La vostra lettura sarà il miglior passaporto per inoltrarsi nel viaggio. E quando arriverete al canto XXVI dell’Inferno, in cui Ulisse racconta l’ultimo suo viaggio oltre le Colonne d’Ercole, leggetegli anche il capitolo XI di Se questo un uomo. Quello in cui Primo Levi, nell’inferno del lager, nell’intento di insegnare l’Italiano a Jean, il Pikolo del Commando, mentre entrambi trasportavano la marmitta con il rancio, decide di partire dal canto XXVI dell’Inferno, sforzandosi di ricordare a memoria l’ultimo viaggio di Ulisse. Sono pagine sublimi, che tutti dovremmo conoscere e tenere a mente.


Gianna Montanari

ACINO XLVIII - DANTEDI

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DANTEDI



Il nostro grande padre Dante ha trovato finalmente una collocazione nel nostro vivere quotidiano, con una giornata dedicata alla sua memoria. Infatti, il 25 marzo , in modo perenne,  sarà ricordato nel nostro calendario, dopo 700 anni dalla sua morte, giorno così ufficializzato: Firenze, 1265- Ravenna 1321.


La proposta, partita dal Corriere della Sera, ha trovato riscontro  ed appoggio di eminenti studiosi ed è stata sostenuta dal nostro attuale ministro dei Beni culturali, con un'operazione a largo raggio, volendo coinvolgere anche le scuole, oltre che l'opinione pubblica.


Uomo di grande statura intellettuale e morale, di vastissima cultura, si apre ad una scelta coraggiosa, usando la nuova lingua, il volgare, come mezzo di espressione di nuovo conio. Visse anche nell'agone socio-politico e l'amara esperienza dell'esilio e della precarietà esistenziale con forza e dignità.


Nella Divina Commedia esprime la profonda conoscenza dell'umanità, nelle sue sfumature psicologiche, e la possibilità della crescita interiore verso il perfezionamento, fiducioso nella capacità degli uomini (in senso lato) della  conoscenza. Infatti, ce ne lascia un forte monito con la celebrata terzina: "Considerate la vostre semenza/ fatti non foste a viver come bruti/ ma per  seguir virtute e canoscenza" (Inferno, canto XXVI, 118-120).


(a cura di Giuseppina Serio)

ACINO XLIII

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27/10/2019

LEGGI
Stefano Passigli (Firenze, 1938), politico, con attività nella Sinistra per quattro legislature, accademico, editore, editorialista del Corriere della Sera, a pag. 28 di questo quotidiano di lunedì 14 ottobre, ha enucleato in un ponderato fondo le sue considerazioni, dal titolo “Dibattito sulla legge elettorale – Meglio la democrazia consensuale”. Iniziamo dall’incipit: “L’Italia ha avuto in 15 anni cinque diverse leggi elettorali sino ad oggi e tutte caratterizzate da un mix di proporzionale e maggioritario. Perché allora si vuole tornare al proporzionale? “Tralasciando le motivazioni di FI e Lega, veniamo al “dunque”. “In realtà, una modifica dell’attuale legge elettorale è imposta dal taglio del numero dei parlamentari: riducendo a 200 i senatori, nella metà delle Regioni nessun partito che non consegua almeno il 15% del voto, potrà essere rappresentato, con una fortissima compressione della rappresentanza a rischio di costituzionalità”. Ma non solo: “Anche l’elezione del presidente della Repubblica verrà alterata dal modificato rapporto tra il ridotto numero dei parlamentari e l’invariato numero degli elettori indicati dalle Regioni”. Penetrando più nel profondo del problema, emergono considerazioni politiche di tutto rispetto: infatti “i sistemi maggioritari sono adatti solo a Paesi a forte coesione sociale e privi di conflitti politici fondamentali”. “Nei sistemi proporzionali, invece, proprio la distribuzione proporzionale dei seggi, rende lo scontro meno acceso, anche se obbliga a governi di coalizione”. Mentre nel maggioritario maggioranza ed opposizione condividono principi fondamentali di base, di valenza democratica, in un Paese diviso “leggi elettorali proporzionali consentono più facilmente di raggiungere quel minimo di consenso politico e di integrazione sociale che ne assicurano la governabilità”. Quanto all’Italia, dunque, sarà il proporzionale a garantire la governabilità, facendo appello a chi ci governa, infatti “Compito dell’élite è unire il più possibile il paese, non dividerlo”, infatti “il proporzionale è più adatto a un paese diviso, il maggioritario acuisce i contrasti”. Così l’autore: Il nostro Paese ha già pagato in passato un prezzo molto alto a questo mix di ideologia e promesse illusorie”.


a cura di Giuseppina Serio


ACINO XXXX - CHE COSA

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08/10/2019

CHE COSA


Ferruccio de Bortoli (Milano, 1953), per ben due volte direttore del Corriere della Sera, poi direttore del Sole 24ore, scrittore e giornalista, nel suo editoriale sul Corriere della Sera di domenica 6 ottobre 2019, esplicita le sue riflessioni con un ponderato “fondo” (pag. 1-36) sull’ambiente, dal titolo “Dopo gli annunci- che cosa si può fare”. Vuole essere di sprone al miglioramento effettivo del nostro ambiente, ricordando che i benefici si riflettono sulla società intera. Il problema è stato affrontato dal rapporto ASVIS (Associazione per lo sviluppo sostenibile): “Nel febbraio scorso – si legge nel rapporto ASVIS – il governo giallo-verde ha presentato l’analisi di impatto della manovra economica del 2019 sui dodici indicatori di benessere equo e sostenibile. Ma si è fermato a quattro: reddito medio pro capite, disuguaglianza, non partecipazione al mercato del lavoro, emissioni di gas inquinanti”. C’è da rilevare che i tentativi non sono mancati, in effetti “abbiamo tante eccellenze. Molte imprese e amministrazioni all’avanguardia. Ma tantissime aziende italiane non hanno un programma per la sostenibilità ambientale e sociale”. Però parecchie aziende si sono conformate al problema e sono state premiate con una crescita produttiva e di valore. “Anche il mondo delle banche e della finanza può fare molto di più”. Occorre superare il pregiudizio che l’ambiente sia un valore secondario ed inserirlo in un necessario modo di essere. In effetti qualcosa da noi è stato fatto, come dimostra il rapporto ASVIS: si è intervenuti, ad esempio, su salute, economia, innovazioni e quant’altro, trascurando, tuttavia, educazione e clima e siamo peggiorati quanto a povertà, agricoltura, mari, ecc… Nella riconversione occorre essere attenti ai soggetti più deboli, al modo di procedere per non creare disparità. In Italia abbiamo un buon esempio nell’economia circolare: “E’ il Paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti prodotti”. Può essere un buon inizio. Conclusioni dell’autore: “Ovviamente l’esecutivo deve fare la propria parte e dimostrare che il cosiddetto green new deal non è solo uno slogan”.


(a cura di Giuseppina Serio)


Si riaprono le scuole...

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22/09/2019

In occasione della riapertura delle scuole Vi rimandiamo alla lettura dell'intervista di Lorenza Patriarca a cura di Gianna Montanari


ACINO XXXIX - DE GASPERI

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27/08/2019

A cura di Giuseppina Serio


DE GASPERI
Angelino Alfano (Agrigento, 1970), avvocato, già politico italiano fino al luglio 2014, attuale presidente della Fondazione De Gasperi, sul Corriere della Sera di lunedì 19 agosto  2019, espone ponderate considerazioni su "Lo spirito degasperiano di cui abbiamo bisogno" richiamando alla grande azione politica e morale del trentino Alcide De Gasperi (1881-1954), uno dei padri fondatori della Repubblica Italiana. Ne viene delineata la "grande visione" storica del momento, la lungimiranza, la fermezza e la forza di proseguire nel cammino intrapreso: si fa riferimento allo "spirito: evidentemente intendendo con esso un orizzonte di senso, un ideale radicato e profondo capace di inverare di sé il tempo attuale".


ACINO XXXVIII - FAMIGLIA

IN EVIDENZA
23/08/2019

A cura di Giuseppina Serio
FAMIGLIA
Lo "scottante" argomento viene affrontato in una lunga intervista, condotta da Antonio Polito, al grande psicoanalista Massimo Ammaniti (Roma, 1941), già accademico, professore onorario alla Sapienza, uno dei più noti psicoanalisti italiani, che ha privilegiato l'indagine sul rapporto genitori-figli, con una capacità notevole di profonda introspezione: due punti chiave del discorso:
"E' in crisi l'asse centrale della famiglia, fare figli ed allevarli" e "violenza social. Ecco una società senza genitori".
Si prospetta un futuro sociale tragico, una visione apocalittica, dove tensioni e malessere domineranno la scena.


ACINO XXXVII - AMBIENTE

IN EVIDENZA
20/08/2019
A cura di Giuseppina Serio
AMBIENTE

Sergio Harari (Milano, 1960), medico, pneumologo di dichiarata fama, attivo all'ospedale San Giuseppe di Milano, accademico, editorialista del Corriere della Sera, su questo quotidiano, venerdì 21 giugno 2019, ha esposto le sue riflessioni relative ad un tema di scottante attualità, dal titolo forte e pregnante :- Politica ed ecologia, "Il silenzio italiano sull'ambientalismo" - . Su siffatto argomento si dibatte da tempo, senza però una vera convinzione di base, atta a portare a termine progetti risolutivi.


ACINO XXXVI - ESSERCI

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19/08/2019
A cura di Giuseppina Serio
ESSERCI

La domanda sul nostro "esserci" ci porta ad una riflessione su noi stessi, sulla nostra identità. Ma che cos'è l'identità? Possiamo iniziare dalla definizione tratta dal vocabolario Zingarelli, "identità, uguaglianza completa ed assoluta, coincidenza", per poi coglierne il complesso significato rifacendosi all'ottimo ed illuminante testo di Florian Colmas (Amburgo, 1949), sociologo e linguista, "Identità", Le scienze ed. Roma. Per l'autore, "il termine suggerisce immutabilità, identità a se stessi, permanenza; e invece fa ciò che fanno anche altre parole, cambia nel tempo il proprio significato..."

 


Totale n.368   Pag. | 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 | 20 | 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 | 27 | 28 | 29 | 30 | 31 | 32 | 33 | 34 | 35 | 36 | 37