Notizie

BUONA PASQUA

IN EVIDENZA

Una buona e tonica Pasqua.

ACINO XLIX - COME ERAVAMO

IN EVIDENZA

Luca Ricolfi (Torino 1950), professore alla Facoltà di Psicologia di Torino, nel suo libro La società signorile di massa analizza gli aspetti del nostro tempo abbinando la definizione "società signorile" (abitualmente riferita al 1400-'500) al carattere "di massa" dei nostri giorni, riferendosi particolarmente all'Italia. Si tratta di una società opulenta, dove l'economia non cresce, basata sul consumo e destinata alla stagnazione.




I pilastri sulla quale si regge sono tre: la ricchezza del ceto medio-alto reale e finanziaria accumulata, la distruzione della scuola, fortemente ridimensionata dal 1960 in poi, con l' abbassamento del grado d’istruzione che porta con sé l'incapacità d'impegno, di pensiero riflessivo e logico, ed infine la formazione di un ceto sociale fragile esposto alla povertà, formato da immigrati, da lavoratori, stagionali o no, di vario livello, etc. etc, anello debole del sistema. Si tratta di una società basata sul voluttuario, sul consumismo, sul vuoto culturale, su internet, ma solo come evasione, sulla immediatezza, sulla mediocrità, sull'individualismo, che sfugge alla moderazione dei bisogni. Il lavoro viene dilatato nel tempo. Ma senza lavoro non si può né vivere né sfuggire alla stagnazione. Il problema economico, finiti i soldi, si porrà con tutta la sua forza: il lavoro sarà l'ingrediente primario da cercare. Intanto in altri Paesi, fuor'Italia, si è continuato a lavorare, a produrre, a crescere.

 

a cura di Giuseppina Serio

ACINO L - Siamo in cura, non in guerra

IN EVIDENZA

Guido Dotti


Monaco di Bose

 


29 marzo 2020

 


 

 


 

 


Per una nuova metafora del nostro oggi

 


No, non mi rassegno. Questa non è una guerra, noi non siamo in guerra.

 


Da quando la narrazione predominante della situazione italiana e mondiale di fronte alla pandemia ha assunto la terminologia della guerra – cioè da subito dopo il precipitare della situazione sanitaria in un determinato paese – cerco una metafora diversa che renda giustizia di quanto stiamo vivendo e soffrendo e che offra elementi di speranza e sentieri di senso per i giorni che ci attendono.

 


Il ricorso alla metafora bellica è stato evidenziato e criticato da alcuni commentatori, ma ha un fascino, un’immediatezza e un’efficacia che non è facile debellare (appunto). Ho letto con estremo interesse alcuni dei contributi – non numerosi, mi pare – apparsi in questi giorni: l’articolo di Daniele Cassandro (“Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore”) per Internazionale, la mini-inchiesta di Vita.it su “La viralità del linguaggio bellico”, l’intervento di Gianluca Briguglia nel suo blog su Il Post (“No, non è una guerra”) e l’ottimo lavoro di Marino Sinibaldi su Radio 3 che ha dedicato una puntata de “La lingua batte” proprio a questo tema, introducendo anche una possibile metafora alternativa: il “lessico della tenacia”. Le decine di artisti, studiosi, intellettuali, attori invitati a scegliere e illustrare una parola significativa in questo momento storico hanno fornito un preziosissimo vocabolario che spazia da “armonia” a “vicinanza”, ma fatico a trovarvi un termine che possa fungere anche da metafora per l’insieme della narrazione della realtà che ci troviamo a vivere.

 


Eppure, come dicevo da subito, non mi rassegno: non siamo in guerra!

 


 

 


Per storia personale, formazione e condizione di vita, conosco bene un crinale discriminante, quello tra lotta spirituale e guerra santa o giusta, lungo il quale è facile perdere l’equilibrio e cadere in una lettura di se stessi, delle proprie vicende e del corso della storia secondo il paradigma della guerra.

 


 

 


Ma allora, se non siamo in guerra, dove siamo? Siamo in cura!

 


 

 


Non solo i malati, ma il nostro pianeta, tutti noi non siamo in guerra ma siamo in cura. E la cura abbraccia – nonostante la distanza fisica che ci è attualmente richiesta – ogni aspetto della nostra esistenza, in questo tempo indeterminato della pandemia così come nel “dopo” che, proprio grazie alla cura, può già iniziare ora, anzi, è già iniziato.

 


Ora, sia la guerra che la cura hanno entrambe bisogno di alcune doti: forza (altra cosa dalla violenza), perspicacia, coraggio, risolutezza, tenacia anche… Poi però si nutrono di alimenti ben diversi. La guerra necessita di nemici, frontiere e trincee, di armi e munizioni, di spie, inganni e menzogne, di spietatezza e denaro… La cura invece si nutre d’altro: prossimità, solidarietà, compassione, umiltà, dignità, delicatezza, tatto, ascolto, autenticità, pazienza, perseveranza…

 


Per questo tutti noi possiamo essere artefici essenziali di questo aver cura dell’altro, del pianeta e di noi stessi con loro. Tutti, uomini e donne di ogni o di nessun credo, ciascuno  per le sue capacità, competenze, principi ispiratori, forze fisiche e d’animo. Sono artefici di cura medici di base e ospedalieri, infermieri e personale paramedico, virologi e scienziati… Sono artefici di cura i governanti, gli amministratori pubblici, i servitori dello stato, della res publica e del bene comune… Sono artefici di cura i lavoratori e le lavoratrici nei servizi essenziali, gli psicologi, chi fa assistenza sociale, chi si impegna nelle organizzazioni di volontariato… Sono artefici di cura maestre e insegnanti, docenti e discenti, uomini e donne dell’arte e della cultura… Sono artefici di cura preti, vescovi e pastori, ministri dei vari culti e catechisti… Sono artefici di cura i genitori e i figli, gli amici del cuore e i vicini di casa… Sono artefici – e non solo oggetto – di cura i malati, i morenti, i più deboli, beni preziosi e fragili da “maneggiare con cura”, appunto: i poveri, i senza fissa dimora, gli immigrati e gli emarginati, i carcerati, le vittime delle violenze domestiche e delle guerre…

 


Per questo la consapevolezza di essere in cura – e non in guerra – è una condizione fondamentale anche per il “dopo”: il futuro sarà segnato da quanto saremo stati capaci di vivere in questi giorni più difficili, sarà determinato dalla nostra capacità di prevenzione e di cura, a  cominciare dalla cura dell’unico pianeta che abbiamo a disposizione. Se sappiamo e sapremo essere custodi della terra, la terra stessa si prenderà cura di noi e custodirà le condizioni indispensabili per la nostra vita.

 


Le guerre finiscono – anche se poi riprendono non appena si ritrovano le risorse necessarie – la cura invece non finisce mai. Se infatti esistono malattie (per ora) inguaribili, non esistono né mai esisteranno persone incurabili.

 


 

 


Davvero, noi non siamo in guerra, siamo in cura!

 


Curiamoci insieme.

 

ACINO XLVI - VIRTUOSA CONCRETEZZA

IN EVIDENZA
25/11/2019

Virtuosa concretezza


La politologa Nadia Urbinati docente di Teoria della Politica alla Columbia University di New York, nell'articolo apparso sul "Corriere della Sera" lunedì 9 settembre scorso, dal titolo I terreni su cui giocare -Una sfida necessaria, così scrive: " La virtù politica non si può imporre. Ma la ragione prudente può ispirare, per convenienza e necessità, comportamenti virtuosi. Non per raggiungere chissà quali traguardi, ma per mettere in cantiere un progetto pragmatico, possibile e utile. Questo governo si trova in questa condizione: è costretto a essere un buon governo....Finire la legislatura è un obiettivo di grande importanza, ma difficile da realizzare se non sostenuto da un'azione efficace di governo e una compattezza decisionale. Prendere poche decisioni, chiare, subito, sui temi che più hanno messo l'Italia nell'angolo, in Europa e nell'Occidente.... L'entusiasmo per un governo coraggioso e originale, che traspariva dal messaggio di Beppe Grillo e ha accompagnato l'ultima fase delle consultazioni, dà il senso del rischio, della scommessa. Il Movimento e il Pd, che le rispettive leadership hanno tenuto in una condizione di inimicizia per anni, hanno una base progettuale non troppo distante e opposta... L'Italia sociale ha bisogno di trovare vigore e protagonismo, di uscire dal rifugio assistenziale. La sfida al populismo si gioca dunque sul terreno della prudenza e della lungimiranza, che sono virtù politiche ardue perché richiedono attori che sappiano vedere l'utile oltre il loro naso, oltre i numeri dei sondaggi, oltre lo stillicidio del presentismo mediatico. Si dice che la necessità aguzzi l'ingegno- questo governo non ha altra scelta che essere un buon governo. Diversamente sarebbe una palla al piede in un Paese paralizzato e instabile, giustamente punito dagli elettori...."


 


( a cura di Adriana Vindigni)


ACINO XLV - E IL MURO CADDE

IN EVIDENZA
05/11/2019

E IL MURO CADDE


Heiko Maas, ministro degli esteri tedesco, sul Corriere della Sera, di sabato 2 novembre 2019, ha esposto le sue considerazioni sul Crollo del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, a pag. 28 di questo quotidiano: è quanto mai , oggi, utile riportare in sintesi i pensieri del ministro, ricchi di spinte emotive e di tensioni ideali verso una UE di grande avvenire, partendo dal titolo “Trent’anni dopo la Caduta del Muro – il 1989 ha dimostrato cosa può fare l’Europa”. Così l’autore: “ Chiunque di noi in Europa abbia assistito al 9 novembre 1989, può rispondere a questa domanda. “ “Con il muro è caduta anche la Cortina di ferro che per quarant’anni aveva lacerato il nostro continente”. “ Festeggiamo anche il coraggio con cui la gente in tutta l’Europa centrale ed orientale ha conquistato libertà e democrazia. Festeggiamo un’Europa che per sua felicità è unita”. “Per noi ne deriva un dovere: completare l’unificazione dell’ Europa. Costruire un’Europa che rende giustizia all’ideale di Spinelli di un continente unito, agli obiettivi dei padri fondatori De Gasperi, Schuman e Adenauer e ai valori e ai sogni di chi nel 1989 scese in piazza per la libertà e la democrazia.” “Nessuno di noi gestirà da solo le quattro grandi sfide mondiali: globalizzazione, cambiamenti climatici, digitalizzazione e migrazione”.


a cura di Giuseppina Serio


ACINO XLIV - USA

IN EVIDENZA
28/10/2019

USA


Angelo Panebianco (Bologna, 1948), politologo, saggista, accademico, editorialista del Corriere della Sera, su questo quotidiano ha esposto  la sua dotta riflessione  su “Il ruolo smarrito degli USA – Un mondo senza gendarmi, e l’Europa incapace di tutto”, in un fondo pubblicato lunedì 14 ottobre 2019, pag. 1-28. A che punto, dunque si trova l’imperialismo americano? “Adesso gli Americani stanno andando sul serio a casa”: è un bene, è un male?  “ E’ sufficiente ragionare politicamente”. Punto di partenza è l’abbandono dei Curdi a se stessi, in una guerra che li vede in lotta con la Turchia di Erdogan la quale ha posto in essere “una rottura culturale, prima ancora che politica con l’Occidente”, istituendo “ in nome di una combinazione di islamismo e nazionalismo e del ripudio dell’eredità laica di Ataturk –il padre della Turchia moderna”, l’attuale  fisionomia  di quel territorio. Appaiono evidenti alcune considerazioni sul ruolo della Turchia, degli USA, dell’Europa. L’America si è giocata la credibilità come alleato ed ha permesso l’avanzata di potenze autoritarie, Russia e Cina (grandi) e Turchia e Iran (medie). Ora, l’analisi dell’autore riflette su tre questioni: “l’appartenenza della Turchia alla Nato, le sorti dell’Unione Europea, la parabola dell’egemonia statunitense”. Riguardo alla prima questione: la guerra turca in corso dovrebbe indurci a porre il problema dell’appartenenza della Turchia alla Nato, in quanto “non si potrà continuare ancora a lungo a fingere che la Turchi sia un membro come un altro”. “la seconda questione riguarda l’Europa “, tacciata di immobilismo, spaccata nelle decisioni e “biasimare e condannare non risolve nulla. Urgono contromisure”, perché ci sono problemi di influenza, di terrorismo, di profughi e quant’altro. La terza questione  investe gli USA: “Da ultimo c’è la questione della parabola della potenza americana. Il suo declino è  inevitabile? Forse si, forse no”. Ma la strategia di Trump è dirompente e preoccupante, “ha minato la credibilità dell’America, a tutto vantaggio delle potenze autoritarie”.


a cura di Giuseppina Serio


ACINO XLI - PERSONA

IN EVIDENZA
27/10/2019

PERSONA
Mauro Magatti, sociologo, accademico, attivo all’ Università Cattolica di Milano, editorialista del Corriere della Sera, su questo quotidiano, martedì 22 ottobre 2019, a pag. 28, ci ha intrattenuto su “Il futuro della politica è investire sulla Persona”, puntualizzandosi su punti essenziali, che sono stati messi in ombra. “Le ricerche di questi ultimi anni sono concordi nel cogliere il cronicizzarsi del malessere che colpisce ampi strati della società”, insoddisfatta del suo attuale habitat e desiderosa di nuovi approdi, stanca di affrontare problemi ambientali, economici, di gruppi di potere, di migrazione. Occorre riprogettare il futuro, meditare sulla “disaffiliazione per indicare la rottura dei legami (familiari, sociali, istituzionali) che tiene insieme le persone al mondo sociale circostante”. Ed allora è giunta l’ora di valutare la centralità della Persona e quindi di basarci sui temi educativi. “Oggi sappiamo che esiste una relazione ben precisa tra il livello di istruzione e la qualità della vita lavorativa da un lato, e la capacità di gestire con successo le tante dimensioni della vita contemporanea dall’altro”: lavoro, aspetti economici, relazioni, tecnologia, tempo libero. “Per essere cittadini a pieno titolo di un mondo sempre più sofisticato e veloce è necessario disporre di un buon capitale culturale … occorrono molte più competenze formali e informali che si apprendono prima di tutto a scuola e poi sul lavoro”. E’ necessario, però, “una cornice” in cui agire, di contorno, per cui un “secondo aspetto riguarda la ricostruzione del senso della comunità” e “i primi nemici da combattere sono la disillusione, la diffidenza, l’isolamento, che di fatto rendono impossibile ogni ripartenza”, in un bisogno di realtà positiva, dove esista legalità, capacità di investimento, tutela della famiglia, dell’educazione, del sociale. In conclusione, l’autore “è finito il tempo dell’espansione, dell’individualismo, dello slegamento”, ma occorre “una straordinaria occasione per intessere una vita sociale che negli anni si è sfrangiata”.


a cura di Giuseppina Serio


ACINO XLII - CULTURA

IN EVIDENZA
27/10/2019

CULTURA


Gerardo Villanacci, avvocato, magistrato, accademico Università politecnica delle Marche, sul  Corriere  della Sera, mercoledì  23 ottobre 2019, a pag. 30, ha pubblicato un suo editoriale , esponendo una ben articolata riflessione su “ Il legame tra crescita e cultura”, mettendone in risalto il legame indiscutibile. Infatti, “tra le molte cose che possono mutare rapidamente non è possibile annoverare il sistema sociale, inteso nella sua accezione più tradizionale di organizzazione delle istituzioni collettive”. E qui viene a galla la politica nella sua valenza sociale che oggi è abbastanza misconosciuta , poiché la politica stessa “ appare sempre più avviluppata in analisi statiche ed astoriche risultando incapace di avviare i necessari processi di cambiamento sociale”.  Invece, sarebbe necessario cercare le cause della nostra stagnazione economica “nel mancato riconoscimento della centralità del ruolo della cultura. In particolare,dei profili essenziali che la connotano, vale a dire: l’istruzione, la formazione e la comunicazione”. “L’istruzione, che coinvolge il sistema scolastico nel suo insieme, deve essere rivalutata nella sua funzione di stimolo ad implementare il patrimonio delle conoscenze e delle esperienze e ciò oltre che per trovare occupazione lavorativa anche per conseguire riconoscimenti sociali ed  economici”. La scuola, accanto alla famiglia, deve essere forza trainante in questa impresa, in una loro proficua collaborazione. A seguire, l’Università, le cui riforme non “hanno prodotto risultati sperati”, anzi l’Eurostat colloca l’Italia nella penultima posizione in Europa; appena prima della Romania”. “E’ tempo di puntare sulla qualità alla qualità piuttosto che sulla mera quantità dei laureati”: questo è un dato di fatto. Occorrono, quindi, risorse finanziarie per gli Atenei, in quanto l’Università deve essere vista come un investimento. “E’ tempo che si superi la concezione per la quale finanziare l’Università rappresenti una semplice spesa e accedere definitivamente all’idea che, per  contro, si tratta di un importante ed imprescindibile investimento”. Per ultima, la formazione per realizzare “un vero processo educativo attraverso il quale è possibile trasferire le competenze necessarie allo svolgimento dei compiti per i quali si è preposti”. L’impegno diventa imprescindibile, se si vuole puntare sulla crescita.


a cura di Giuseppina Serio


ACINO XLIII

IN EVIDENZA
27/10/2019

LEGGI
Stefano Passigli (Firenze, 1938), politico, con attività nella Sinistra per quattro legislature, accademico, editore, editorialista del Corriere della Sera, a pag. 28 di questo quotidiano di lunedì 14 ottobre, ha enucleato in un ponderato fondo le sue considerazioni, dal titolo “Dibattito sulla legge elettorale – Meglio la democrazia consensuale”. Iniziamo dall’incipit: “L’Italia ha avuto in 15 anni cinque diverse leggi elettorali sino ad oggi e tutte caratterizzate da un mix di proporzionale e maggioritario. Perché allora si vuole tornare al proporzionale? “Tralasciando le motivazioni di FI e Lega, veniamo al “dunque”. “In realtà, una modifica dell’attuale legge elettorale è imposta dal taglio del numero dei parlamentari: riducendo a 200 i senatori, nella metà delle Regioni nessun partito che non consegua almeno il 15% del voto, potrà essere rappresentato, con una fortissima compressione della rappresentanza a rischio di costituzionalità”. Ma non solo: “Anche l’elezione del presidente della Repubblica verrà alterata dal modificato rapporto tra il ridotto numero dei parlamentari e l’invariato numero degli elettori indicati dalle Regioni”. Penetrando più nel profondo del problema, emergono considerazioni politiche di tutto rispetto: infatti “i sistemi maggioritari sono adatti solo a Paesi a forte coesione sociale e privi di conflitti politici fondamentali”. “Nei sistemi proporzionali, invece, proprio la distribuzione proporzionale dei seggi, rende lo scontro meno acceso, anche se obbliga a governi di coalizione”. Mentre nel maggioritario maggioranza ed opposizione condividono principi fondamentali di base, di valenza democratica, in un Paese diviso “leggi elettorali proporzionali consentono più facilmente di raggiungere quel minimo di consenso politico e di integrazione sociale che ne assicurano la governabilità”. Quanto all’Italia, dunque, sarà il proporzionale a garantire la governabilità, facendo appello a chi ci governa, infatti “Compito dell’élite è unire il più possibile il paese, non dividerlo”, infatti “il proporzionale è più adatto a un paese diviso, il maggioritario acuisce i contrasti”. Così l’autore: Il nostro Paese ha già pagato in passato un prezzo molto alto a questo mix di ideologia e promesse illusorie”.


a cura di Giuseppina Serio


ACINO XXXX - CHE COSA

IN EVIDENZA
08/10/2019

CHE COSA


Ferruccio de Bortoli (Milano, 1953), per ben due volte direttore del Corriere della Sera, poi direttore del Sole 24ore, scrittore e giornalista, nel suo editoriale sul Corriere della Sera di domenica 6 ottobre 2019, esplicita le sue riflessioni con un ponderato “fondo” (pag. 1-36) sull’ambiente, dal titolo “Dopo gli annunci- che cosa si può fare”. Vuole essere di sprone al miglioramento effettivo del nostro ambiente, ricordando che i benefici si riflettono sulla società intera. Il problema è stato affrontato dal rapporto ASVIS (Associazione per lo sviluppo sostenibile): “Nel febbraio scorso – si legge nel rapporto ASVIS – il governo giallo-verde ha presentato l’analisi di impatto della manovra economica del 2019 sui dodici indicatori di benessere equo e sostenibile. Ma si è fermato a quattro: reddito medio pro capite, disuguaglianza, non partecipazione al mercato del lavoro, emissioni di gas inquinanti”. C’è da rilevare che i tentativi non sono mancati, in effetti “abbiamo tante eccellenze. Molte imprese e amministrazioni all’avanguardia. Ma tantissime aziende italiane non hanno un programma per la sostenibilità ambientale e sociale”. Però parecchie aziende si sono conformate al problema e sono state premiate con una crescita produttiva e di valore. “Anche il mondo delle banche e della finanza può fare molto di più”. Occorre superare il pregiudizio che l’ambiente sia un valore secondario ed inserirlo in un necessario modo di essere. In effetti qualcosa da noi è stato fatto, come dimostra il rapporto ASVIS: si è intervenuti, ad esempio, su salute, economia, innovazioni e quant’altro, trascurando, tuttavia, educazione e clima e siamo peggiorati quanto a povertà, agricoltura, mari, ecc… Nella riconversione occorre essere attenti ai soggetti più deboli, al modo di procedere per non creare disparità. In Italia abbiamo un buon esempio nell’economia circolare: “E’ il Paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti prodotti”. Può essere un buon inizio. Conclusioni dell’autore: “Ovviamente l’esecutivo deve fare la propria parte e dimostrare che il cosiddetto green new deal non è solo uno slogan”.


(a cura di Giuseppina Serio)


Totale n.360   Pag. | 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 | 20 | 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 | 27 | 28 | 29 | 30 | 31 | 32 | 33 | 34 | 35 | 36 | 37