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Storie brevi di mafia e delle sue vittime - Le istituzioni di rappresentanza

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TERZA PARTE


Le istituzioni di rappresentanza


 


Con cristallina limpidezza il fenomeno mafioso era stato sottolineato dal deputato Pio La Torre nella relazione di minoranza della Commissione parlamentare. Così egli dirà: "La mafia sorge e ricerca subito i suoi collegamenti con i pubblici poteri della nuova società nazionale e i pubblici poteri accettano, a loro volta, di avere collegamenti con la mafia, per scambiarsi reciproci servizi". Tra le due parti la collusione è chiara e stringente: la componente mafiosa ha buon gioco con "certi" rappresentanti delle istituzioni che sottostanno al meccanismo corruttivo. Obiettivo principe di tutte le varie forme di criminalità organizzata è l'accumulo della ricchezza: più se ne ha e più si ha potere. Il ricorso alla violenza, da parte delle mafie, come si legge in "legislature. camera. it/bicamersli/antimafia /sportello/dosdier/dossier 1_4" è l'extrema ratio. Esse "si avvalgono in modo sistematico e continuativo dell'intimidazione e utilizzano parte dei loro ingenti capitali per corrompere alcuni politici, burocrati, magistrati e chiunque possa essere loro utile per il raggiungimento dei loro obiettivi. La corruzione, infatti, è per sua natura silenziosa, crea un clima di complicità, favorisce l'intreccio tra attività legali e illegali, consente di conseguire l'utile desiderato con rischi minori, mina dall'interno le istituzioni, che solo apparentemente mantengono un volto democratico".


Si è iniziato questo breve percorso storico sulla mafia di "Cosa Nostra" con una frase di Falcone, ma ce n'è un'altra  più nota e ricca di senso e di speranza. In un'intervista fattagli dalla giornalista Marcelle Padovani, egli dirà: "Credo dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Per lungo tempo, non per l'eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una sua fine". Il magistrato era un uomo molto pragmatico e anche chi si avvicina a tale fenomeno, per professione o anche solo per mera conoscenza, lo deve essere. Al momento, senza andare troppo in là, ma limitandoci agli ultimi 77 anni della storia governativa del Paese si scopre che il Parlamento italiano, con Commissione bilaterale (25 senatori e 25 deputati) affronterà il fenomeno  mafioso a far data dal 1962. Con la legge n. 1720 del 20 dicembre 1962 e su iniziativa di Ferruccio Parri e Simone Gatto, verrà istituita la prima "Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere". In verità tale proposta era stata presentata dal primo dei due firmatari, e senza successo, per ben due volte. La prima, sull'ordine pubblico in Sicilia e a seguito dell'eccidio di Portella della ginestra, risaliva al 14 settembre 1948, mentre la seconda fu avanzata dieci anni dopo, nel 1958. L'acuirsi di una situazione carsica, legata allo scontro per il dominio del territorio palermitano tra bande mafiose rivali, quella dei La Barbera e dei Greco, darà il via libera all'accettazione della terza proposta, nel corso della terza legislatura. La Commissione parlamentare, sotto la presidenza dell'onorevole Paolo Rossi, si costituirà nel febbraio '63, ma non terrà alcuna seduta, a causa dello scioglimento anticipato delle Camere. Ripresa l' attività legislativa e confermata l'istituzione della Commissione, sotto la presidenza del senatore Donato Pafundi, a seguito della strage Ciaculli, nota anche come "la prima guerra di mafia", ebbe luogo la prima convocazione. Nella strage, che avvenne il 30 giugno, morirono, tra carabinieri e artificieri, 7 uomini. La reazione dello Stato fu immediata e su quell'onda si inserì la Commissione, che si riunì a meno di una settimana dell'accaduto. La bomba che aveva provocato quelle morti, per dovere di cronaca, in realtà era destinata al capo clan di una delle due famiglie in combutta. Divenuti vincitori del conflitto, i Greco presero in mano il comando del traffico di stupefacenti che dal capoluogo siciliano aveva ormai assunto una levatura transoceanica. In precedenza si è già accennato alle mutazioni di pelle della mafia. Questa guerra, in particolare, segnerà il passaggio degli "affari" dal tipo più strettamente edilizio a quello urbano e in tale terminologia verranno compresi in prima battuta il traffico di droga e, a seguire, nei decenni successivi, la raccolta e lo smaltimento rifiuti. Il modello agrario delle origini, su cui, sul finire dell'800, si era costruita la mafia e che era perdurato fino alla seconda guerra mondiale, sarà quindi sostituito da quest'altro, con una valenza sempre più imprenditoriale. A partire  poi dall'ultimo trentennio del secolo scorso, essa si predisporrà ad avvicinarsi al mondo finanziario e a prepararsi a una nuova mutazione. Qui si incuneerà per continuare a perseguire i suoi traffici illeciti che, purtroppo, persistono tuttora.


Dal 1963, terminata la IV Legislatura, con le successive legislature si susseguiranno anche i lavori della Commissione, che avranno come presidenti prima l'onorevole Cattanei e dopo il senatore Carraro, già menzionato. Con questi, mentre era in corso la VI Legislatura, che terminò il 1 maggio 1976, si conclusero i lavori della Commissione, che, fino ad allora, si erano limitati alla sola Sicilia. Il risultato produsse la pubblicazione di 42 volumi con circa 30 mila pagine. Suo compito era stato analizzare "la genesi e le caratteristiche del fenomeno mafioso, al fine di produrre le misure necessarie per reprimerne le manifestazioni ed eliminarne le cause". Il 5 luglio 1976 s'insediò la VII Legislatura, che si concluse anticipatamente; infatti terminò il 2 aprile 1979 e vide come presidente del Consiglio, nei tre governi che la caratterizzano, sempre lo stesso parlamentare (Andreotti III-IV-V). Questi saranno gli anni in cui il terrorismo, sia rosso, sia  nero funesterà il Paese, mentre, riguardo alle Commissioni parlamentari, c'è da rilevare, e a questo punto verrebbe da dire, stranamente, che la Commissione antimafia fu l'unica a non essere nominata e costituita. Riavviatasi l'attività legislativa, con l'VIII Legislatura, che inizierà il 20 giugno del 1979 e si concluderà anticipatamente il 4 maggio del 1983, bisognerà attendere il 13 settembre del 1982 e la legge 646 (Rognoni - La Torre, ricordata e nota più come La Torre, in onore e omaggio alla  memoria del deputato) per vedere istituita la seconda Commissione parlamentare antimafia. A differenza della prima, non ebbe poteri d'inchiesta e si limitò, come da antimafia dossier 1_4 sopra riportato, a " verificare l'attuazione delle leggi antimafia, di accertare la congruità della normativa, la conseguente azione dei pubblici poteri ed infine di suggerire al Parlamento misure legislative e amministrative". Terminò i suoi lavori nel 1987, quando si era esaurita la seconda guerra di mafia e stava arrivando a conclusione il maxi processo di Falcone e Borsellino, durato due anni e due mesi e i cui verdetti verranno letti il 12 dicembre, per più di due ore, dal presidente della Corte, Alfonso Giordano, per complessivi 2665 anni di carcere e 19 ergastoli. Condanne che saranno confermate e rese definitive dalla Cassazione il 30 gennaio del 1992. Lo Stato con quel processo era riuscito a mettere a segno un grande colpo contro la mafia che era stata sì vinta, ma non ancora sconfitta. In quello stesso anno e nei successivi l'organizzazione criminale più longeva del Paese,fra le altre vittime, ne farà due, di eccellenti, perché verranno uccisi entrambi i due giudici, Falcone e Borsellino, fautori del maxi processo. Dopo queste morti verrà istituita la quarta commissione parlamentare antimafia, presieduta dall'onorevole Violante. La precedente e terza, all'interno della X Legislatura (14/06/1987-22/04/1992) detta dal suo presidente, Commissione Chiaramonte fu dotata di potere d'inchiesta. Con tale commissione si superano le fasi di "analisi e conoscenza delle organizzazioni mafiose" per passare a "quella di sviluppo dell'attività propositiva, sia sul versante legislativo che su quello amministrativo". La quarta Commissione, istituita all'interno della XI Legislatura (6/04/1992- 14/04/1994) pur proseguendo sulle indicazioni della Commissione Chiaromonte, vedrà - si legge sempre in “antimafia dossier 1_4” - per la prima volta approvata "una relazione sui rapporti tra mafia e politica" ed evidenziera' "la necessità di affiancare, contemporaneamente, all'azione repressiva nella lotta contro la mafia (antimafia dei delitti), un'azione diretta a costruire condizioni di efficienza della pubblica amministrazione, in grado di assicurare i servizi essenziali ai cittadini e di riallacciare un rapporto di fiducia con lo Stato (antimafia dei diritti)". Qui ci si arresta, perché è su questo solco  che continuerà il lavoro delle successive Commissioni antimafia. Resta comunque fermo il fatto che nel quindicennio che va dal 1978 al 1993, le vittime di mafia o perché bersagli mobili o perché inconsapevolmente troppo vicine a interessi mafiosi, quando, se non ancora, colpite per sbaglio, compongono un lungo elenco, come si potrebbe  evincere dalla comparazione con alcune altre serie storiche che qui, per brevità, non si presentano. Si ricorda invece la prima vittima ufficiale eccellente della mafia, Emanuele Notarbartolo, che risale al 1893, unitamente alla prima inchiesta storica riguardante la mafia, del 1876, condotta da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. I due studiosi toscani, deputati della Destra Storica e meridionalisti, presenteranno una relazione in Parlamento che poi diverrà un saggio in due volumi, dal titolo "La Sicilia nel 1876". Per la ricchezza della documentazione e acume di analisi l'opera costituisce un testo base per tutti gli studi inerenti la materia. E in virtù di ciò, come si cercherà di evidenziare la prossima volta, avendo accennato alla forza corruttrice del sistema mafioso, com'anche alla sua capacità di mutazione, c'è un ulteriore aspetto che caratterizza le organizzazioni mafiose. Come risulta da “antimafia dossier 1_4”, esse sanno "coniugare la tradizione con la modernità, secondo una logica utilitaristica, in base alla quale tutto ciò che conviene all'organizzazione mafiosa va fatto e tutto ciò che non conviene va evitato, il massimo risultato va ottenuto con il minimo costo, vale a dire l'impunità". A questo proposito sono istruttive alcune note biografiche di Emanuele Notarbartolo, raccolte su Wikipedia. org. Di origini aristocratiche, nasce a Palermo  nel 1834. Qui cresce, ma, diventato presto orfano di entrambi i genitori, si trasferirà prima a Parigi eppoi a Londra, dove conosce due esuli siciliani. Orienta gli studi soprattutto in campo economico e sarà, in seguito, un sostenitore del liberismo conservatore. Ritornato in Patria, nel 1859 si arruola nell'armata sarda e nel 1860 partecipa alla spedizione dei Mille. Nel 1865 divenne assessore di Palermo, ma nel 1866, con l'insurrezione della Città, sarà travolto con tutta la classe dirigente. Si allontana per qualche anno dalla politica, ricoprendo altrove posti di responsabilità. Nel 1873 viene eletto sindaco di Palermo e vi rimane in carica per tre anni, fino al 1876. Nel febbraio di quello stesso anno viene nominato dal Governo Depretis direttore generale del Banco di Sicilia, che è sull'orlo del fallimento. Lavora, facendosi molti nemici, per il suo risanamento, ed evitare così il collasso dell'economia siciliana. Il Consiglio d'amministrazione è composto da molti politici, legati, anche, alla mafia locale. Tra questi Raffaele Palizzolo, con cui avrà contrasti. Nel 1890 il Governo lo dimissionerà, due anni dopo, nel 1892, subirà un sequestro di persona e ci fu addirittura il sospetto che Palizzolo ne potesse essere stato il mandante. Il 1° febbraio 1893 verrà ucciso con 27 pugnalate in una carrozza ferroviaria, lungo il tragitto Termini imerese - Trabia. Un uomo di "cosa nostra", Fontana, verrà processato come autore dell'omicidio, mentre Palizzolo, accusato dal figlio di Notarbartolo, Leopoldo, lo sarà in qualità di mandante. Condannati, saranno assolti, in ultimo grado, nel 1904, dalla Corte d'Assise di Firenze.


 


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Martiri della mafia - VATICAN NEWS

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Palermo ricorda i "martiri della mafia" del '92 con Mattarella e più di mille studenti


Giornata della memoria e dell'impegno nel capoluogo siciliano, a trent'anni dalla strage di Capaci che costò la vita al giudice Falcone, alla moglie e a tre agenti della scorta. Al Foro Italico “La memoria di tutti. L’Italia, Palermo trent’anni dopo”, l’evento promosso dal Ministero dell’Istruzione e dalla Fondazione Falcone con la partecipazione di tantissimi studenti

 Palermo ricorda i "martiri della mafia" del '92 con Mattarella e più di mille studenti - Vatican News

Reset - Articolo di Roberto Barzanti

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La Resistenza, le tre guerre d’Ucraina
e l’etica della responsabilità






 

La Resistenza per la pace. Per il 25 aprile 2022

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24/04/2022

La Resistenza per la pace. Per il 25 aprile 2022 



di Pietro Polito


giovedì 21 Aprile 2022 su La Resistenza per la pace. Per il 25 aprile 2022 - Centro Studi Sereno Regis

 Come emerge dalle Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea la pace è uno degli ideali, se non l’ideale supremo, della Resistenza[1]. Le Lettere sono l’estremo saluto alla vita di operai e sacerdoti, intellettuali e contadini, comunisti, socialisti, cattolici, liberali, tutti animati da un comune sentire in nome dei grandi ideali supremi che accompagnano la storia dell’umanità: l’affermazione delle principali libertà civili e del diritto dell’individuo a essere riconosciuto come persona; l’attuazione di una maggiore giustizia sociale; il ritorno a uno stato di pace dopo una lunga guerra devastatrice. Per uno dei condannati, la guerra è “la più grande sciagura dell’umanità”.  E un altro crede che dopo questa guerra “venga una pace che renda possibile per molto tempo, e forse per sempre, la felicità”. L’ideale della pace si sposa con quello di una maggiore fratellanza tra gli uomini indipendentemente dalla posizione sociale, fede politica o religiosa, in uno spirito di solidarietà e di apertura a rapporti sociali ispirati all’altruismo.




            Con accenti diversi, malinconia, letizia, fierezza, semplicità senza pose, il senso di essere dalla parte giusta è costante e indubitato in ciascuno dei condannati a morte. Non tutti hanno una visione generale chiara e precisa in cui inserire la propria esperienza, ma il fatto stesso di avere scelto di combattere da una certa parte non può non implicare un preciso giudizio morale e politico: “Tra coloro che hanno preso spontaneamente le armi per ripristinare in Italia la libertà e coloro che le hanno prese, se pure in alcune circostanze costretti, per ribadire nel nostro paese la dominazione nazista di uno dei più infami regimi che la storia ricordi, il giudizio storico è dato una volta per sempre”[2]. Tutti giungono alla medesima conclusione: “Non potevo fare altrimenti”.




            L’alternativa non è da porre tra una maggioranza grigia che si adagiò nell’indifferenza e una minoranza indistinta che mise a repentaglio la propria vita: altro è rischiare la vita per perpetuare la dittatura, altro è essere disposti a morire per avere agito per un’idea. Quale idea? L’idea comune alle varie anime della Resistenza è la restaurazione dei principi di libertà, giustizia e pace conculcati dal fascismo. Ma attenzione: il fascismo non è solo una malattia, curata la quale il corpo ritorna a rifiorire: dietro il fascismo ci sono i nostri vizi, il nostro temperamento, i nostri costumi: l’autobiografia della nazione.




            Come c’insegna Bobbio, lo spirito della Resistenza è nella interdipendenza e nella solidarietà tra i tre grandi ideali della libertà personale, della giustizia sociale e della pace tra le nazioni. Su questi principi si regge la nostra Costituzione. L’ideale della libertà personale è affermato nell’art. 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”; l’ideale della giustizia nell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”; l’ideale della pace nell’art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”[3].




            Chi ama la guerra, non l’ha vista in faccia. Tra le voci classiche che si sono levate contro la guerra per la pace, la parola del grande umanista, Erasmo da Rotterdam suona alta, quanto inascoltata, per l’Europa di oggi impegnata in una prova in cui è in gioco il suo destino e il suo possibile futuro. Gli uomini e le donne di pace guardano ad Erasmo, che avversò per tutta la vita, come nemici della pace, per un verso il fanatismo dei religiosi, per l’altro verso la volontà di potenza dei principi. Erasmo rappresenta il modello ideale del saggio. Tra lo spirito erasmiano e lo spirito di pace c’è una perfetta identità. Infatti, lo sguardo erasmiano, pur non comportando la rinuncia a un punto di vista, consiste nell’anteporre l’amore della verità e della giustizia alle ragioni della propria causa. La pace, “sorgente di ogni umana felicità”, quando viene “scacciata e respinta da ogni dove”, eleva il suo lamento: “E poi, privarsi dei tanti, eccellenti vantaggi di cui sono portatrice, sostituendoli di proposito con l’idea repellente di tutti i guai, non è suprema, lampante follia?” [4].




            Il lamento della pace di erasmiana memoria risuona vitale nel Testamento spirituale – un intenso messaggio contro la guerra atomica – del grande scienziato Albert Einstein: “Dobbiamo imparare a pensare in una nuova maniera: dobbiamo imparare a chiederci non quali passi possono essere compiuti per dare la vittoria militare al gruppo che preferiamo, perché non vi sono più tali passi; la domanda che dobbiamo rivolgerci è: «quali passi possono essere compiuti per impedire una competizione militare il cui esito darebbe disastroso per tutte le parti?»”[5].




            Per Norberto Bobbio, i problemi fondamentali del nostro tempo sono il problema dei diritti dell’uomo e quello della pace, “fondamentali nel senso che dalla soluzione del problema della pace dipende la nostra stessa sopravvivenza, e la soluzione del problema dei diritti dell’uomo è l’unico segno certo del progresso civile”. La guerra è “il problema cruciale che l’umanità dovrà affrontare nel prossimo avvenire” perché lo stato di guerra effettivo, ma anche quello solo potenziale, è incompatibile con i diritti di libertà, con il diritto alla vita e con il diritto a vivere[6].






[1] Lettere di condannati a morte della Resistenza europea, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, prefazione di Thomas Mann, Einaudi, Torino 1966.




[2] N. Bobbio, A novant’anni, in Id., Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia 1955-1999, a cura di Pina Impagliazzo e Pietro Polito, Einaudi, Torino 2015, p. 142.




[3] N. Bobbio, Resistenza e Costituzione e Costituzione e Resistenza in Id., Eravamo diventati uomini., pp. 89-94 e 126-134.




[4] Erasmo da Rotterdam, Il lamento della pace, a cura di Carlo Carena, Einudi, Torino, 1990, pp. 7, 9; Id., Adagia, sei saggi politici in forma di proverbi, a cura di Silvana Seodel Menchi, Einaudi, Torino 1980, pp. 197- 207.




[5] Albert Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton editori, Roma 1975, p. 119.




[6] Norberto Bobbio, I diritti dell’uomo e la pace, in Id., Il terzo assente. Saggi e discorsi sulla pace e sulla guerra, a cura di Pietro Polito, Edizioni Sonda, Torino 1989, pp. 92-96.



Manifestazioni studentesche di oggi e di ieri

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28/02/2022

Manifestazioni studentesche di oggi e di ieri


 - Gianna Montanari -


 


Venerdì 18 febbraio 2022  in quaranta città d’Italia gli studenti sono scesi in piazza per protestare contro l’alternanza scuola-lavoro, con cartelli per ricordare la tragica morte dei due studenti Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci, causata da incidenti nel corso di stage lavorativi, e per chiedere l’abolizione delle due prove scritte dell’esame di maturità, ripristinate dal ministro dell’Istruzione Bianchi dopo la pandemia.  Chiedono anche che sia destinata alla scuola una quota del Pnrr. In diversi casi le manifestazioni sono degenerate. A Roma,  in migliaia al corteo nazionale, è stato bruciato il simbolo di Confindustria, a Torino le forze dell’ordine sono intervenute a bloccare il tentativo di occupare la sede dell’Unione industriale, e, successivamente, della Prefettura. Alcuni manifestanti hanno assalito i carabinieri che erano di guardia davanti all’Unione industriale; questi, peraltro, non hanno reagito alla violenza e sette di loro sono stati feriti; a quanto dicono i giornali l’assalto è opera di infiltrati che coi problemi della scuola hanno poco a che vedere. Infatti gli studenti di molte scuole si sono esplicitamente dissociati. La non reazione dei carabinieri è stata il contraltare di quanto successo il  23 gennaio a Roma, il 28 a Torino, quando le forze dell’ordine sono intervenute pesantemente, colpendo e picchiando gli studenti. Su questi episodi di violenza la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese il 9 febbraio aveva risposto in Parlamento, sostenendo  che in mezzo agli studenti si erano infiltrati autonomi e antogonisti che cercavano lo scontro con la polizia e al momento buono si sono staccati; così in mezzo sono restati gli studenti innocenti; dietro le quinte degli incidenti a Roma, Torino, Napoli e Milano ci sarebbe la regia dei centri sociali[1]. La situazione è incandescente, ma il malessere degli studenti è vero, e lo esprime su “La Stampa” del 19 febbraio Elsa Fornero, quando dice che sbaglierebbe chi pensasse che le proteste degli studenti siano una reazione o uno sfogo al lungo, sofferto periodo di pandemia. “Il malessere è più profondo e rivela la paura, forse neppure esplicitamente riconosciuta, per un futuro  che non sembra dare ai giovani alcuna vera ancora, riconoscibile collocazione nella società. Non sanno per che cosa crescono, questi ragazzi. Le vecchie certezze del ciclo di vita […] tutto sembra saltato”. La ribellione dei ragazzi – non la violenza – va compresa anche perché ha radici lontane, ma sarebbe un grave errore dire loro: - Avete ragione con le vostre richieste e vi accontentiamo subito tornando all’esame di maturità senza scritti e abolendo l’alternanza scuola-lavoro. “Queste sono le risposte ipocrite di una società invecchiata che non vuole risolvere il conflitto generazionale  di cui si è servita, nei decenni passati, per alimentare parte del proprio benessere […]. Perché noi, generazione anziana, cresciuta economicamente sui sacrifici dei nostri genitori, dovremmo aspettarci il rispetto (non dico il plauso) dei nostri giovani? Possiamo pensare che qualche bonus, il reddito di cittadinanza, i pre-pensionamenti di quota 100 siano fondamenti sufficienti su cui edificare? Accettiamo piuttosto il confronto non a suon di piccole e temporanee concessioni ma riportandolo entro la cornice di un futuro nella quale questi giovani si possano sentire protagonisti, non Neet, disoccupati, precari, emarginati, emigrati. […]”.


Alla valutazione di Elsa Fornero, che denuncia le colpe della vecchia generazione, possiamo aggiungere quella di Tommaso De Luca, preside dell’istituto Amedeo Avogadro da più di vent’anni[2]; era un adolescente durante i movimenti degli anni di piombo, e da docente e preside ha visto la Pantera (1989-90 contro la riforma universitaria Ruberti) e l’Onda (autunno 2008 contro la riforma Gelmini). Delle proteste di questi giorni dice: “Si tratta di prove tecniche di protagonismo giovanile”. In queste rivendicazioni vede “una ripresa degli spazi di azione, dopo due anni in isolamento. È stato il modo per tornare a contare come movimento”. Quelli che manifestano sono ragazzi tra i 15 e i 18 anni che hanno patito le restrizioni della pandemia, persone normalissime; tre settimane fa hanno preso le botte in piazza e si sono stupite e afflitte. C’è stato un colossale errore repressivo.


Mentre l’Onda e la Pantera erano risposte a grossi cambiamenti della scuola e della società (pensiamo alla Pantera, che esplode nel 1989-90, cioè negli anni che vedono la fine dell’Urss, la caduta del Muro di Berlino, la fine del Pci in Italia), adesso invece le potenzialità portate dal Pnrr sono sostanzialmente sconosciute. “Occorrerà un po’ di tempo per vedere cosa bolle in pentola e se il mestolo per mescolare lo gireranno anche gli studenti”. I vertici istituzionali devono ascoltare gli studenti, devono rendersi conto che bisogna ascoltarli. Bisogna ritornare a parlare con loro, rivedendo anche i loro meccanismi di rappresentanza, che sono in crisi, come quelli della politica partitica.


Sempre Tommaso De Luca su “La Voce e il Tempo”[3]  al di là dei tragici incidenti che hanno causato la morte di Lorenzo e Giuseppe, difende l’Alternanza scuola-lavoro, anche denominata 


  Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (Pcto): “I Pcto  costituiscono un fatto naturale ed irrinunciabile per tutto l’universo delle scuole tecniche e professionali [...]. È giusto invece aprire una riflessione sulle esperienze in azienda, sulla loro struttura, sulle aziende che vi partecipano e sulla voce in capitolo che gli studenti devono avere nella gestione di un percorso che è a tutti gli effetti formativo e non solo addestrativo. Non scuola in azienda sì o no, ma scuola in azienda fatta meglio”. Riguardo alla protesta per gli esami di maturità, ricorda che la seconda prova scritta, quella che verte su una materia caratteristica del corso di studi, non è la stessa per tutti a livello nazionale, ma viene elaborata da ogni singola Commissione, e la commissione è ancora quella dei tempi dell’emergenza, formata da tutti professori interni tranne il presidente, che è “il garante della correttezza formale, procedurale”. E conclude: “Benvenuti quindi gli studenti che si affacciano nelle piazze [...] ma se progettano un protagonismo serio e proattivo”.


 


Di fronte a questi avvenimenti non posso fare a meno di pensare alle ricorrenti manifestazioni studentesche che ho incontrato nei miei anni di insegnamento, proprio all’Avogadro, con le occupazioni, le autogestioni e i cortei. Mi sembra che quelle degli anni ‘70, in confronto a quelle attuali, fossero molto più ideologiche, mentre adesso mi sembra che le questioni affrontate siano più legate a questioni concrete, compresi gli scioperi della fame e le manifestazioni per l’emergenza ambientale che i giovani vedono – e non a torto – come la velenosa eredità che gli abbiamo lasciato. 


Era il 1969 e la contestazione era già arrivata nelle scuole medie superiori, in primis all'Avogadro: l’anno precedente avevo insegnato a Bra e tornando in treno  avevo conosciuto una giovane insegnante che faceva lo stesso percorso mio in senso inverso: quando io tornavo a casa, lei partiva per andare a scuola, per l’appunto all'Avogadro, dove aveva spesso il turno del pomeriggio; mi parlava della contestazione e mi garantiva che gli insegnanti non riuscivano proprio a fare lezione; a me, abituata alle compite ragazzine braidesi, questi racconti suscitavano meraviglia; non immaginavo che l'anno successivo mi sarei trovata anch'io nel marasma. E così fu. La contestazione studentesca costrinse me, come molti altri giovani colleghi, a uscire dal guscio di un individualismo culturale per fare i conti con il rifiuto dei programmi ministeriali, considerati obsoleti, il rifiuto dell’autorità dell’insegnante, la volontà di organizzarsi in autonomia, e, direi soprattutto, il desiderio di trattare argomenti di viva attualità. Queste istanze, spesso confuse, si traducevano in mattinate di sciopero con manifestazioni in piazza e in assemblee generali o di classe. Erano gli anni del terrorismo e molti di noi tremavano al pensiero di quello che poteva succedere nelle piazze. Di fronte a questa situazione c’erano insegnanti che continuavano a svolgere il programma come niente fosse, incuranti che gli studenti li seguissero o no, altri che aderivano alle manifestazioni, accompagnando fuori gli studenti, altri che partecipavano alle assemblee interne, cercando un dialogo con i ragazzi.  Io credo di aver tentato di fare questo, non so con che risultati. Da una parte ero solidale con loro, come pure con i colleghi che volevano un rinnovamento della scuola, dall’altra mi tormentava il tempo “perso” allo svolgimento dei programmi che alla fine si dovevano rispettare. Non ero fra coloro che condannavano in blocco tutto. Anche fra gli studenti c’erano diverse posizioni: c’erano i leader trascinatori e c’erano quelli che si facevano trascinare; c’erano anche molti indifferenti o spaventati che in quelle giornate semplicemente restavano a casa. Però non sono assolutamente d’accordo con coloro che negli anni successivi hanno proclamato che il ‘68 è stata la rovina della scuola. Non è stato così. Come in tutte le rivoluzioni, insieme con il confuso e l’irrazionale è emersa un’idea nuova di scuola, che si è gradualmente realizzata, da cui non si torna indietro, pur con tutti i difetti che sono sotto gli occhi di tutti. Certo, siamo ben lontani dall’idea di democrazia nella scuola che si voleva realizzare con gli organi collegiali, e, al contrario di quanto allora si teorizzava, si è rafforzata l’autorità dei dirigenti scolastici... ma questo accentramento di poteri caratterizza tutta quanta la società. D’altra parte, se l’Avogadro diventò una scuola di punta riguardo alla contestazione, questo non avvenne a caso: c’era la posizione dell’Istituto, vicino a Palazzo Nuovo, al liceo Gioberti e alla sede di Lotta Continua, allora in corso San Maurizio, proprio di fronte alla scuola. E, soprattutto, c’era un corpo insegnante (una minoranza, circa il 30 per cento) motivato politicamente, di sinistra, del Pci o dei gruppi extraparlamentari, che prendeva le parti degli studenti.


 Nacquero le sezioni sindacali confederali d’istituto, molto attive in occasione delle prime elezioni degli organi collegiali, in opposizione ai sindacati cosiddetti autonomi, come lo Snals. Che cosa volevamo? Mentre gli autonomi rivendicavano soprattutto una rivalutazione della funzione docente, con retribuzioni soddisfacenti, i confederali, pur non disdegnando questo aspetto, partivano dall’idea della Scuola come parte fondamentale della società, e volevano che tutte le sue componenti – docenti e non docenti, studenti, genitori lavoratori – si unissero in una battaglia comune per rinnovare i programmi di studio, per combattere la dispersione scolastica, allora altissima, per far entrare la realtà nelle aule. E quindi, per cambiare la società.


La Lettera a una professoressa e la scuola di Barbiana di don Milani divennero un modello, mentre il Movimento di Cooperazione Educativa (MCE) proponeva un rinnovamento della didattica che faceva piazza pulita dei programmi tradizionali di studio.


All’Avogadro tutto questo fermento entrò tumultuosamente.


 


  


  Nei primi anni ‘70 insegnare Letteratura italiana in un Istituto tecnico non fu semplice, anche   perché c’erano classi che avevano adattato a proprio uso e consumo la contestazione e pensavano che le ore di Italiano e Storia servissero come momenti di relax rispetto alle ore di materie tecniche, su cui non si transigeva. D’altra parte questa era anche l’opinione dei colleghi ingegneri... Ricordo ancora vivamente una quarta costruttori aeronautici abitata da belle teste pensanti... a loro modo mi volevano bene, ma lo studio era un’altra cosa. Alcuni provenivano dalla Valle di Susa, questa bella valle in cui, per come la conosco, non mancano spiriti originali e trasgressivi. Diversi di loro erano “politicizzati”: alcuni, dichiaratamente fascisti, frequentavano il Fronte della gioventù di corso Francia, altri erano dichiaratamente di sinistra; c’era anche un socialista lombardiano. Però la differenza di vedute non si trasformò in antagonismo personale, mi pare che vivessere in buona armonia perché a scuola li univa lo stesso fine. Alcuni di loro hanno fatto carriera politica a livello sia locale che nazionale. Quando quella quarta diventò quinta e dovette affrontare l’esame di maturità, (anno scolastico 1972-73), mi trovai anche a fare il membro interno, un ruolo su cui si potrebbe scrivere un libro. Dovevo difenderli, giustificare le carenze spiegando che erano originate da traumi infantili e così via. Uno in particolare, che aveva fatto ben poco a scuola, si era dato da fare in altri campi e l’argomento vincente fu... che la sua fidanzata era incinta!


Però verso la fine dell’anno tutti avevano capito che, anche se i programmi ministeriali facevano schifo, bisognava saperne qualcosa. Solo uno, peraltro intelligente, pensò che era il caso di portare la contestazione fino in fondo e si presentò all’orale facendo scena muta. Con suo grande stupore, fu l’unico bocciato. 


I costruttori aeronautici emigrarono nel nuovo Istituto di via Lanzo, che poi fu intitolato a Carlo Grassi, e io continuai prima con gli elettrotecnici, poi, dal 1980, con gli informatici. Ci furono altre contestazioni importanti nel 1977, ma tutti gli anni, con o senza motivo apparente, gli studenti si presero un periodo di autogestione nel primo quadrimestre. Non credo si possa addebitare tutto alla poca voglia di studiare e nemmeno a una ripetizione rituale, perché i problemi della scuola continuavano a sussistere: programmi obsoleti, laboratori carenti, selezione soprattutto nel biennio. 


 Gli anni dal ‘69 al ‘74-75 furono i più movimentati e anche i più travagliati: mi chiedevo se ero io che non sapevo più insegnare e credo che altri giovani colleghi se lo chiedessero. In questi frangenti maturò la scelta di iscrivermi a un sindacato confederale. La cosa divertente fu che scelsi la Cisl, iscrivendomi al Sism (Sindacato italiano scuola media), su sollecitazione di Marta, una collega marxista-leninista. All’inizio fui l’unica iscritta e ricordo il mio stupore quando in occasione di un’assemblea mi telefonò Cesare Delpiano in persona[4] per avere qualche informazione sul pubblico che avrebbe incontrato. Così, un po’ per caso, diventai rappresentante sindacale e, sempre per caso, entrai a far parte del direttivo del Sism al Congresso del 1973. Devo ammettere che continuai in entrambi i ruoli e che il sindacato mi ha dato molto sia per la giusta dimensione del lavoro che ho percepito attraverso gli  incontri con altri insegnanti che vivevano le mie stesse difficoltà sia per l’opportunità che mi ha dato di inquadrare la vita della scuola dentro la società, non come mondo a parte, isola più o meno felice, ma come centro pulsante di una comunità fatta di giovani, di lavoratori e di famiglie che vivevano sullo stesso pianeta. Nel sindacato ho conosciuto persone eccezionali, ho stretto amicizia che durano tuttora, ho imparato qualcosa dell’”agire politico” in senso buono. Un nodo cruciale che divideva gli autonomi dai confederali era quello della selezione. È utile bocciare? O è meglio mandare avanti lo stesso, dare un diploma finale che non corrisponde alla formazione acquisita, alle conoscenze effettive possedute, quindi difficile da spendere nel mondo del lavoro? Negli  scrutini finali veniva fuori lo scontro tra l’insegnante buonista, pronto a mandare avanti lo studente a tutti i costi, e quello rigoroso, per cui un profitto insufficiente è insufficiente e basta. A volte mi pareva che lo scontro vertesse su due modi diversi di vedere lo studente: da una parte si guardava esclusivamente alla sua conoscenza della materia, dall’altra si tendeva a vederlo come persona tutta intera. Ancora adesso non so darmi una risposta definitiva.


Lo scontro diventava aspro. Ricordo un collega che quasi ad ogni scrutinio a un certo punto si allontanava dicendo: vado a vomitare. Io mi chiedevo e mi chiedo ancora se la preparazione insufficiente dipende solo dallo studente, dal suo scarso impegno o dalla sua incapacità di padroneggiare la materia oppure anche dal tipo di insegnamento impartito dall’insegnante... Di solito gli insegnanti bravi riescono a ottenere di più dagli allievi. Non basta dire: studiate da pagina tale a pagina tale, bisogna spiegare la materia.


Ma il  bello della scuola è che hai sempre a che fare con i giovani. Poi crescono, a distanza di decenni magari li rivedi padri di famiglia, seri, composti. Ma aver a che fare con i giovani è sempre una bella esperienza, anche quando la classe è difficile e ti sembra di non aver realizzato niente. Non è  così, perché lasci sempre qualcosa.


LA MAFIA A 30 ANNI DALLE STRAGI 28 febbraio 2022 - ore 17,30

IN EVIDENZA
28/02/2022

28 febbraio 2022 - ore 17,30

LA MAFIA A 30 ANNI DALLE STRAGI. LE VERITÀ NASCOSTE E QUELLE RIVELATE - CONVEGNO



Aula Magna - Politecnico di Torino - C.so Duca degli Abruzzi 24

Gli anni 1992 e 1993 rimarranno indelebili nella memoria degli italiani per le stragi di mafia che insanguinarono il paese, da Palermo a Milano, da Roma a Firenze.
A distanza di trent'anni troppe domande sono ancora senza risposta e gli inquirenti faticano a trovare il bandolo della matassa, soprattutto quando la ricostruzione si addentra fra gli oscuri rapporti che la criminalità, il terrorismo stragista e parte delle istituzioni italiane hanno intessuto nel corso di decenni di vita repubblicana.

Il convegno del 28 febbraio 2022 a Torino, è il primo di una serie di appuntamenti che si terranno dal 28 febbraio al 6 marzo in varie città italiane, intitolati "La mafia a 30 anni dalle stragi. Le verità nascoste e quelle rivelate".

Appuntamenti nati dall’idea del cantautore Pippo Pollina di abbinare lo spettacolo del suo nuovo album “Canzoni segrete” ad un convegno su queste tematiche, anche come occasione per rilanciare il ruolo dell'arte in quanto strumento di denuncia e di approfondimento.

Il convegno si terrà presso l’Aula Magna del Politecnico di Torino ed è realizzato in collaborazione con Libera Piemonte, Movimento Agende Rosse, Acli Torino e lo stesso Politecnico di Torino.

Ne discuteranno in aula ospiti autorevoli di grande competenza in materia, introdotti dal saluto del Magnifico Rettore Prof. Guido Saracco e del Sindaco di Torino Stefano Lo Russo. Sarà moderatore dell’incontro Andrea Giambartolomei, giornalista de Lavialibera.

Mentre i relatori che interverranno insieme a Pippo Pollina, ideatore del progetto, saranno (in ordine alfabetico):



  • Margherita Astareferente del settore « Memoria » di Libera per l’ area Centro-nord

  • Giancarlo Caselliex-magistrato, Presidente onorario di Libera

  • Maria Josè Favareferente di Libera Piemonte

  • Leoluca OrlandoSindaco di Palermo


Partecipazione straordinaria in videoconferenza:



  • Salvatore Borsellinofondatore Movimento Agende Rosse

  • Mario Vaudanoex-magistrato


Intervento di Paola Cacciafiglia di Bruno Caccia, magistrato ucciso dalle mafie
Saluti di Raffaella DispenzaPresidente ACLI Città Metropolitana di Torino

Per prenotazioni, contattare canzonisegretetour@gmail.com.
Per maggiori informazioni, contattare 349/3855347


PESTAPERE - Obiettivo: Cittadinanza Digitale.

IN EVIDENZA
26/02/2022

Pestapere 3 feb


Obiettivo: Cittadinanza Digitale.


Il superamento del Digital Divide è soltanto il primo step per il raggiungimento della Cittadinanza Digitale.


Il concetto di Digital Divide si rivela un concetto multistrato: a un primo livello fa riferimento, alla scarsità di copertura Internet che, in Italia, riguarda poco meno del 30% del territorio.


Il tema della carenza di connessione, effettivamente sussistente, rischia, tuttavia, di scotomizzare un altro aspetto del Divide: la carenza di conoscenze, abilità e competenze idonee all’uso efficace ed efficiente delle tecnologie digitali.


In altre parole, se anche tutti fossimo validamente collegati al web, il tema del Digital Divide non potrebbe dirsi esaurito.


Il PNRR prende finalmente atto che il problema dell’accesso alla Rete e alle tecnologie digitali va oltre quello della connessione e, “con uno stanziamento di 250 milioni di euro del Fondo Repubblica Digitale … mette… “in campo iniziative di formazione digitale” con “l’obiettivo … di raggiungere il target previsto dall’Europa, con il 70% di cittadini digitalmente abili entro il 2026”[i].


L’obiettivo, per essere raggiunto comporta la necessità di una approfondita attività formativa rivolta, in particolare, agli strati più deboli e meno scolarizzati della popolazione.


Con l’affermazione della necessità di una formazione diffusa, cade anche la credenza consolidata che i giovani siano comunque sufficientemente preparati all’incontro con le problematiche digitali e del web: anche tra le nuove generazioni, infatti, si fa un uso quasi sempre elementare dei vari device e non si va oltre quello che possono offrire facilmente le App o le piattaforme social più frequentate.


CONTINUA LA LETTURA SUL SITO UFFICIALE:


Obiettivo: Cittadinanza Digitale. (pestapere.wixsite.com)


Articolo di Francesco Pallante tratto da Volerelaluna.it

IN EVIDENZA
20/01/2022

Perché Draghi non può andare al Quirinale


Volerelaluna.it


31/12/2021 di: Francesco Pallante


1.


La politica contemporanea è un fenomeno altamente instabile, da maneggiare con cura. Troppe


volte, negli ultimi anni, abbiamo avuto la sensazione di trovarci di fronte a novità destinate a durare,


salvo vederle poi fallire nel giro di qualche mese. Ricordo ancora un anziano professore universitario


rimproverarmi di non aver capito che compito dei costituzionalisti era consigliare, indirizzare,


finanche guidare Renzi, ma non certo contrastarlo, dal momento che, in ogni caso, la sua stella


politica era destinata a durare vent’anni – «finito il ventennio berlusconiano, è ora il momento del


ventennio renziano», le sue testuali parole. Monti era appena stato archiviato, dopo la lunga fase di


celebrazione del suo Loden; Salvini avrebbe percorso analoga parabola di lì a pochi anni.


Ora, con Draghi, ci risiamo. Solo che questa volta il rischio sembra essere, realmente, quello di


trovarsi innanzi a uno spartiacque. Che «Super Mario» (Antonio Decaro, presidente dei sindaci


italiani) possa segnare un prima e un dopo. Che l’«uomo della necessità» (Carlo Bonomi, presidente


della Confindustria) o, meglio ancora, l’«uomo della Provvidenza» (cardinale Gualtiero Bassetti,


presidente dei vescovi italiani) possa portare a definitivo compimento la torsione verticista che, da


quasi trent’anni, sta progressivamente trasformando il nostro sistema istituzionale......


Ricordo di David Sassoli

IN EVIDENZA
19/01/2022

Giulio e Livia sono i figli di David Sassoli. E oggi gli hanno dedicato queste parole, durante il funerale.


Dolore e dignità. 


“Sono tre le parole che in questi giorni frenetici e di confusione mi girano nella testa. 
DIGNITÀ, di chi non ha mai fatto pesare la malattia a nessuno, né ora né dieci anni fa. ‘Sì, ma io c’ho da fa’’, continuavi a ripetere a tutti in ospedale, dimostrandoci che, in un mondo di scuse e giustificazioni, l’unico modo che conoscevi per combattere fosse continuare a lavorare, a conoscere, ad alimentare le tue infinite passioni, sorridendo. 
PASSIONE. Per il lavoro, per le tue sfide. Ma ci insegni che avere passione vuol dire anche coltivare la sensibilità e la cura per le piccole cose, per la storia delle persone, cosciente che da ognuna si possa imparare e che ognuna meriti di essere ascoltata. Un uomo ambizioso, ma che non ha mai ceduto ad egoismi e sotterfugi, un uomo disinvolto, dal sorriso guascone e gli occhi vispi ma che arrossiva ai complimenti. Che ci insegna che la popolarità ha senso solo se si riescono a fare cose utili. 
E infine AMORE, forse è la più banale, ma è la parola che nelle tue ultime ore hai ripetuto più spesso, con le tue ultime forze e i tuoi ultimi sospiri. La pronunciavi e la ripetevi, la ripetevi, la ripetevi da sola, come un grido, come un'esortazione. Mi ha colpito perché fino alla fine non sei stato in grado di cedere allo sconforto, e fino alla fine ci hai parlato di speranza. 
E allora cercheremo di proseguire con quello che ci hai insegnato, con idee forti ma dai modi gentili, curiosi e coraggiosi, nel tuo ricordo, col tuo sorriso.
Buona strada papà. E, mi raccomando, ‘giudizio’”


E' possibile sentire il loro ricordo attraverso il VIDEO YOUTUBE cliccabile dalla foto sotto stante o accedere al link 


https://www.youtube.com/watch?v=xhu9XpFy-NU


 



IL SALUTO DI AMICI E COLLEGHI A DAVID SASSOLI


Consentiteci di fare un ricordo, a noi, gli amici e i colleghi di David. In questi giorni abbiamo sentito l’elogio della mitezza, della gentilezza, dei buoni modi, del rispetto degli altri: pare che tu abbia avuto tutte le virtù. Solo un dubbio avevamo, quello che tu avessi sbagliato epoca, soprattutto quando hai deciso di gettarti nella politica. E invece hai stupito tutti”. Così si è espressa al termine della messa la giornalista Elisa Anzaldo, amica di David Sassoli e collega al Tg1 Rai. “Hai sfondato muri di gomma con la tenacia della gentilezza, con la fermezza dell’educazione, con lo sfinimento del dialogo e con la dirompenza della tua mitezza. Eri mite ma non remissivo, era il tuo atteggiamento verso gli altri”. “Il mite europeista” ha titolato “su di te un giornale in questi giorni. Impossibile non ricordare i momenti passati insieme. Le tue discussioni politiche – ha aggiunto Anzaldo – erano sempre una lezione che alla fine ci ricordava che bisognasse fare qualcosa”. “Arrivavi con De Strobel, in studio, di corsa, pochi minuti prima delle 20.00, ti infilavi la giacca e andavi in onda, quasi bussando alla porta delle case”. “Buttare giù un muro è social” diceva Sassoli, “perché dietro c’è un mondo”. “È social dare la mano a un immigrato quando arriva, perché è più potente di un like”. “Noi del tg siamo stati orgogliosi vedendoti scalare le vette europee, orgogliosi di vedere il nostro amico David che continuava a dare risposte e testimonianza della bella persona che era. Hai dimostrato che l’Europa c’era e c’è! La terra avrà ancora il profumo dei tuoi amatissimi fiori. A noi lasci una copiosa caparra di ottimismo” “Tu ci hai insegnato che le parole contano”, ha poi affermato un altro collega di Sassoli, passato al suo staff politico. “È semplice parlare di te, uomo buono. Non c’erano gerarchie per te. La tua grandezza è stata applicare i valori della politica alla tua vita e non hai mai avuto dubbi. Unire, non dividere, rispetto della persona sempre al primo posto. Abbiamo parlato, riso tanto e anche discusso tanto. Ci hai insegnato tanto senza darci mai lezioni. È bastato il tuo esempio”. Ancora: “distribuire i pasti ai senzatetto, accogliere le donne in difficoltà, segni che testimoniavano il tuo cuore e le tue idee. David caro, era impossibile non volerti bene. Ci manchi perché hai costruito un gruppo di amici. Abbiamo condiviso vittorie e sconfitte e avevi sempre le parole giuste per ogni occasione”. “Ricordatevi che torneremo zucche”, “ci dicevi e oggi per noi questo è un messaggio di vita. Come l’ultimo che ci hai inviato a Natale. Grazie per quello che ci hai dato, hai segnato per sempre le nostre vite”.




NATALE E 2022

IN EVIDENZA
15/12/2021

Natale 2021


20 che soffino spazzando le paure e le ansie di questi tempi


2 pensieri che guardino all’essere Lieti e colmino di Amore i Cuori


1 Bambino che illumini con il Suo Volto ogni angolo buio della Terra.


SM 15/12/2021


Dipinto di Giovanni Bevilacqua - Neve a Torino


BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO


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