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Meno Parlamentari piu\' Democrazia?

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SCHEDA DI GIAN PAOLO ZARA


Meno parlamentari più Democrazia?
A cura di Emanuele Rossi
Con contributi dei costituzionalisti: Paolo Addis, Francesco Biondi Dal Monte, Edoardo Bressanelli, Paolo Carrozza, Vincenzo Casamassima, Ginevra Corrina Feroni, Gian Luca Conti, Salvatore Curteri, Giacomo Delledonne, Carlo Fusaro, Luca Gori, Massimo Luciani, Andrea Marchetti, Giuseppe Martinico, Cristina Napoli, Fabio Pacini, Alessandro Palanza, Andrea Pertici, Anna Maria Poggi, Giulio Santini, Giovanni Tarli Barbieri, Lorenza Violini, Elena Vivaldi.
Pisa University Press 2020

Riduzione dei Parlamentari?

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Cosa potra' succedere con una riduzione dei parlamentari in presenza dell' attuale legge elettorale che da ampio potere di nomina alle segreterie dei partiti?
Per avviare la riflessione sul referendum confermativo per la riduzione dei parlamentari proponiamo un documento di Liberta' Giustizia che argomenta di votare NO


http://www.libertaegiustizia.it/2020/06/26/referendum-costituzionale-no-alla-grande-menzogna/


Faremo seguire documenti in favore della riduzione dei parlamentari.

La scommessa della rappresentanza.

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La scommessa della rappresentanza. Perché la democrazia diretta non è la soluzione alla crisi della politica




 

Contro la democrazia diretta non è un instant book. Chi lo scrive non è l’ennesimo censore dell’attuale esperienza politica in Italia. Al Movimento 5 Stelle è dedicato un capitolo (“Conformismo a 5 stelle”), ma proprio a partire dal suo incipit si comprende la profondità della prospettiva di Francesco Pallante, che scrive: «La posizione politica che più di tutte vorrebbe presentarsi come di rottura – quella del Movimento 5 Stelle – risulta straordinariamente in continuità con il passato» (salvo dare atto a Beppe Grillo «di non essersi limitato a distruggere, ma di aver provato a costruire»). L’attitudine dimostrativa del libro fa sì che il lettore sia già pervenuto alla stessa conclusione al termine del capitolo precedente, appassionandosi a una efficace rilettura della storia politica della Seconda Repubblica che segue il filo rosso delle riforme elettorali, delle – per lo più tentate – riforme costituzionali e riavvolge il nastro fino alla nascita delle maggiori formazioni politiche, collocate in schieramenti opposti, ma accomunate dal dogma della sovranità dell’elettore predicato con lo stesso afflato palingenetico.

È difficile individuare un genere per definire questo saggio, che, per la ricchezza argomentativa e la continua individuazione di connessioni, spazia dal diritto costituzionale alla teoria politica, dalla storia alla sociologia. Senza mai perdere di vista la quintessenza dei problemi, infatti, Pallante (classe 1972, professore associato di diritto costituzionale all’Università degli Studi di Torino), nel cercare cause e soluzioni, necessariamente affronta la complessità coinvolgendo il lettore nella sfida che lui stesso si è posto. Lo fa, però, con una duttilità e una chiarezza di esposizione che è propria solo di chi non si è concesso alcuno sconto né nell’approfondimento né nella sintesi...

 

IN CHE SCUOLA VOGLIAMO TORNARE

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17/07/2020

A cura di Gianna Montanari Bevilacqua

Tra i temi principali presenti, in questo periodo, nei discorsi sulla scuola e sulle conseguenze della pandemia in questo settore così importante (e così trascurato) della nostra società troviamo la didattica a distanza e il coronavirus come detonatore di una grande trasformazione. Per alcuni l'esperienza di questi quattro mesi potrebbe essere l'occasione per rinnovare la scuola, altri già sono sicuri che l'occasione sia già stata persa. E' di questo parere il pedagogista Giorgio Chiosso, che su "La Voce e il Tempo" del 5 luglio critica la politica del governo verso la scuola, vero fanalino di coda del nostro Paese: la scuola non è stata affatto considerata fra le priorità del Paese, come dimostra il fatto che non sia stato tentato un piano di emergenza per riaprire almeno in parte le aule prima della fine dell'anno scolastico...


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ACINO LII - Videolezioni

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15/05/2020

Videolezioni: cronache semiserie

Su "Rocca" (n. 7/8, 1/15 aprile 2020, pp. 37-39) Marco Gallizioli nell'articolo "Videolezioni: cronache semiserie" fa un'analisi a caldo del nuovo modo digitale di fare scuola ai tempi del coronavirus. La sua è davvero una cronaca semiseria, con notazioni umoristiche a proposito degli allievi che, visti da uno schermo, appaiono tutti attenti e zitti; ma sarà così? Qualche indizio suggerisce qualche defezione… Ma insieme alla nostalgia del docente per le piccole cose della vita scolastica quotidiana, anche quelle meno gradevoli, c'è anche la scoperta, con meraviglia, della profondità delle riflessioni di alcuni studenti: "Mi ha meravigliato la capacità di alcuni di aprirsi anche a profonde domande di senso, ad analisi per nulla superficiali su ciò che questa tragedia permette di comprendere, su ciò che ci costringerà a scegliere, insieme, come umanità...". L'autore manifesta la convinzione che questa non potrà essere la didattica del futuro: "… la scuola, quella di sempre, è essenzialmente relazione e incontro: è così fisica che nessun surrogato può efficacemente sostituirla". Ma per il momento "cerchiamo per come siamo capaci di diventare sperimentatori e apripista… Ogni tempo ha le sue sfide; questo, ci ha provocati così, senza preavviso e senza corsi di formazione specifica".
    A cura di Gianna Montanari


ACINO LIII - W LA MAMMA

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15/05/2020

W LA MAMMA



Cara sconosciuta ragazza, scrivo a te che da poco sei mamma e hai tra le braccia un fagottino nuovissimo. Sei un tipo in gamba… ma anche tu sei nuova, come mamma e forse oggi, senza confessarlo neanche a te stessa, hai un po’ paura. Magari cerchi aiuto intorno a te ma non ti bastano i consigli di cui sono prodighe mamma e suocera. C’è il marito, il fidanzato o compagno, in una parola l'UOMO! Ma purtroppo in genere brilla per inadeguatezza e frasi infelici: -Sei bellissima, amore, vedrai che con un po' di ginnastica quella pancia ti andrà via-


Certo, ci sono alcuni splendidi esemplari di uomini, rare creature (esistono, qualcuno le ha viste!) che sanno fare proprio tutto, tranne che allattare il bambino, per ovvi motivi.


Io mi rivolgo a te che non hai accanto l'eccezione, ma quel bravo ragazzo un po' sperso, che la volta che gli lasci la bambina dopo dieci minuti ti telefona: - Senti, Giulia continua a piangere, che faccio? vado al pronto soccorso? - (Di questi tempi poi!)


A te che ti chiedi come ha fatto tua madre, che criticavi tanto! a crescere tre figli, quando tu con uno solo stai per dare di matto; a te che di fronte al suddetto fagottino che sta sveglio di notte e che di giorno pare il Bambinello dormiente, a te che crolli dalla stanchezza e ora stai pensando :- Non ce la faccio più…Proprio a te dico: Coraggio, ce la stai già facendo! in ogni bambino c'è una forza che non dipende dalla perfezione della madre, se no il mondo sarebbe finito da un pezzo. E in ogni madre c'è un potere di cui ignora la grandezza. Lei e il figlio sono due parti di amore, cieco e inconsapevole quello del neonato, adulto e crescente quello della madre, che fioriscono, si cercano, si ricongiungono, insieme prendono forma e diventano la MAMMA e il suo BAMBINO. Auguri mamma! Non sei perfetta, non importa, non riesci a essere come vorresti, non importa. Sorridi un po' a te stessa e anche di te stessa. In fondo ha ragione lui, sei bellissima e vedrai che con un po' di ginnastica eccetera…Ogni tanto ti viene da pensare un po’ male di lui? Ma no, abbi pazienza. Anche lui ha bisogno di fare un percorso per diventare PAPA'.



https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=123334022689568&id=110932317263072&scmts=scwspsdd&extid=X5vn7x5qwJTbSyoG 



Paola Montanari


Don Ciotti: Resistere per costruire insieme un nuovo umanesimo di liberta

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01/05/2020

Don Ciotti scrive:


Perché questo 25 aprile – vissuto ieri con grande e intensa partecipazione – non sia presto dimenticato come ogni celebrazione puramente retorica, bisogna ripartire da una consapevolezza scomoda ma necessaria: abbiamo fatto un cattivo uso della libertà che ci è stata donata.


Per costruire un vero cambiamento bisogna allora innanzitutto ripensare la nostra idea di libertà. La libertà è un bene comune, prima che individuale. È un bisogno di tutti. Per questo è da sempre il motore più potente della Storia, quello che spinge a lottare contro le ingiustizie, le violenze, le dittature. Quello che ha animato la Resistenza e ci ha consegnato la democrazia.
Ma l’ideale di libertà che ha animato i partigiani e ispirato le pagine della Costituzione è stato corrotto. La libertà si è degradata da bene comune a bene individuale. Della libertà è stato fatto un cattivo uso: esclusivo e a volte criminale. Allora il punto fermo, imprescindibile, è che la libertà di ciascuno comporta quella degli altri. La libertà è di tutti o non è libertà. Si è liberi con gli altri e per gli altri. Non saremo liberi finché un solo uomo sulla Terra sarà ancora sfruttato, umiliato, oppresso. La libertà comporta l’impegno a liberare chi ancora libero non è.


Allora questo “25 aprile” celebrato in una contingenza difficile e drammatica come quella della pandemia, deve essere un’occasione per rileggere la libertà alla luce della responsabilità. Sì, perché la libertà senza responsabilità degenera in arbitrio, in egoismo, in affermazione di sé contro gli altri o a scapito loro. È la logica che muove questo sistema economico, sistema «ingiusto alla radice» – come dice papa Francesco – ingiusto perché selettivo. Un sistema che ha distrutto i diritti e i beni comuni, trasformandoli in privilegi di chi detiene potere o possiede ricchezza.


Per uscire davvero da questa crisi sanitaria non basta allora trovare un vaccino contro il virus: bisogna trovarne uno anche contro gli egoismi. Altrimenti, se saremo colpiti da un altro virus, da un’altra crisi di questa portata, la logica dell’intervento sarà inevitabilmente quella del mors tua, vita mea, della sopravvivenza garantita solo ai ricchi, ai potenti, ai corrotti, ai mafiosi. E negata ai deboli, ai poveri, agli immigrati, agli anziani non “produttivi”. Già abbiamo visto qualche agghiacciante avvisaglia di questa selezione disumana.
Allora l’eredità che ci lascia questo settantacinquesimo 25 aprile è etica e insieme pragmatica: impegnarci di più, insieme, per costruire un Nuovo Umanesimo, un nuovo paradigma dell’umano, come anche esorta la Laudato si’ di papa Francesco. È una questione culturale, prima che politica. Dobbiamo avere il coraggio di lasciare la strada distruttiva e suicida dell’individualismo per riconoscere la nostra comune appartenenza all’”umano”, a partire dai suoi bisogni fondamentali: casa, lavoro vero, istruzione, cura del corpo e dell’anima. È questa la premessa per liberarci dalle mafie e dalla corruzione, dalla produzione e dal commercio di armi, da un’informazione asservita a poteri forti – industriali e non solo – che tace o deforma la realtà. Più in generale, per liberarci da un sistema economico che arricchisce pochi a spese di tutti gli altri, alimentando la povertà, la disoccupazione, la disperazione. Pensiamo ai giovani in cerca di lavoro, agli anziani soli e abbandonati, al vergognoso Olocausto dei migranti, vittime dell’egoismo e dell’indifferenza globali.


La parola “libertà” vada dunque interpretata con occhi nuovi, libertà come coraggio e impegno per contrastare le disuguaglianze e denunciare una politica incapace di pensare e operare oltre la logica dei profitti, e prima ancora di distribuire quei profitti in modo equo. Un Paese non è un’azienda. Un Paese è una comunità di vite, di speranze, di culture che diventa tanto più grande quanto più accoglie, si relaziona agli altri Paesi, stabilisce rapporti, abbatte muri e diffidenze. Si parla tanto in questi giorni della solidarietà come di un principio fondante dell’Europa unita. È così, ma i Padri della Comunità Europea – come i partigiani della Resistenza – sognavano un mondo dove la dignità e la libertà della persona fosse il valore fondamentale, valore inestimabile, non valutabile con i parametri del “mercato”. Un mondo dove l’economia fosse servizio al bene comune e non, come si è ridotta, strumento di ricatto e di potere.
Ricordiamolo quando parliamo di solidarietà europea, e facciamo in modo che la memoria di questo “25 aprile” diventi davvero impegno.

Sacerdote, fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera


ACINO LI - Secondo virus

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27/04/2020

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, economisti, abituali editorialisti del Corriere dellaSera, su questo quotidiano, domenica 5 aprile scorso, hanno esposto le loro riflessioni sul "secondo virus" in una pessimistica presa di coscienza dell'attuale situazione.


"I virus oggi in giro per il mondo sono due, uno il Covid-19…. l'altro è un pericolo per le nostre democrazie", "attacca la democrazia liberale e si manifesta in almeno quattro forme: Putin, Trump, autocrati stile Erdogan e Orban ai nostri confini ed i sovranisti europei".


Il momento è allettante per mettere fuori campo il processo democratico, la volontà dei popoli, il senso della libertà, facendo calare dall'alto ogni decisione, in una visione quasi imperiale del potere.


Fra i quattro grandi esiste l'Europa, piatto allettante e ricco, fragile come Unione che non vuole capire la necessità della coesione, pena la disintegrazione e la riduzione degli Stati europei a piccoli insignificanti staterelli. "Putin e Trump sperano che l'Europa si disintegri per eliminare un concorrente e lavorano insieme per raggiungere questo obiettivo. Con l'aiuto degli autocrati ai confini dell'Europa creano instabilità ed incertezze".


La mancanza di coesione tra i Paesi del Nord e del Sud d'Europa è sconcertante e "i falchi del Nord Europa sembrano non capire che qui non si tratta di disquisizioni tecniche su eurobond o M.E.S, ma di compiere scelte che determineranno la sopravvivenza, o meno, dell'Europa".


"E con essa della democrazia, il cui declino andrebbe a vantaggio dei poteri imperiali, già deleteri nel passato".


 


(a cura di Giuseppina Serio)


ACINO XLIX - COME ERAVAMO

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08/04/2020
Luca Ricolfi (Torino 1950), professore alla Facoltà di Psicologia di Torino, nel suo libro La società signorile di massa analizza gli aspetti del nostro tempo abbinando la definizione "società signorile" (abitualmente riferita al 1400-'500) al carattere "di massa" dei nostri giorni, riferendosi particolarmente all'Italia. Si tratta di una società opulenta, dove l'economia non cresce, basata sul consumo e destinata alla stagnazione.




I pilastri sulla quale si regge sono tre: la ricchezza del ceto medio-alto reale e finanziaria accumulata, la distruzione della scuola, fortemente ridimensionata dal 1960 in poi, con l' abbassamento del grado d’istruzione che porta con sé l'incapacità d'impegno, di pensiero riflessivo e logico, ed infine la formazione di un ceto sociale fragile esposto alla povertà, formato da immigrati, da lavoratori, stagionali o no, di vario livello, etc. etc, anello debole del sistema. Si tratta di una società basata sul voluttuario, sul consumismo, sul vuoto culturale, su internet, ma solo come evasione, sulla immediatezza, sulla mediocrità, sull'individualismo, che sfugge alla moderazione dei bisogni. Il lavoro viene dilatato nel tempo. Ma senza lavoro non si può né vivere né sfuggire alla stagnazione. Il problema economico, finiti i soldi, si porrà con tutta la sua forza: il lavoro sarà l'ingrediente primario da cercare. Intanto in altri Paesi, fuor'Italia, si è continuato a lavorare, a produrre, a crescere.

 

a cura di Giuseppina Serio


ACINO L - Siamo in cura, non in guerra

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08/04/2020

Guido Dotti


Monaco di Bose

 


29 marzo 2020

 


 

 


 

 


Per una nuova metafora del nostro oggi

 


No, non mi rassegno. Questa non è una guerra, noi non siamo in guerra.

 


Da quando la narrazione predominante della situazione italiana e mondiale di fronte alla pandemia ha assunto la terminologia della guerra – cioè da subito dopo il precipitare della situazione sanitaria in un determinato paese – cerco una metafora diversa che renda giustizia di quanto stiamo vivendo e soffrendo e che offra elementi di speranza e sentieri di senso per i giorni che ci attendono.

 


Il ricorso alla metafora bellica è stato evidenziato e criticato da alcuni commentatori, ma ha un fascino, un’immediatezza e un’efficacia che non è facile debellare (appunto). Ho letto con estremo interesse alcuni dei contributi – non numerosi, mi pare – apparsi in questi giorni: l’articolo di Daniele Cassandro (“Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore”) per Internazionale, la mini-inchiesta di Vita.it su “La viralità del linguaggio bellico”, l’intervento di Gianluca Briguglia nel suo blog su Il Post (“No, non è una guerra”) e l’ottimo lavoro di Marino Sinibaldi su Radio 3 che ha dedicato una puntata de “La lingua batte” proprio a questo tema, introducendo anche una possibile metafora alternativa: il “lessico della tenacia”. Le decine di artisti, studiosi, intellettuali, attori invitati a scegliere e illustrare una parola significativa in questo momento storico hanno fornito un preziosissimo vocabolario che spazia da “armonia” a “vicinanza”, ma fatico a trovarvi un termine che possa fungere anche da metafora per l’insieme della narrazione della realtà che ci troviamo a vivere.

 


Eppure, come dicevo da subito, non mi rassegno: non siamo in guerra!

 


 

 


Per storia personale, formazione e condizione di vita, conosco bene un crinale discriminante, quello tra lotta spirituale e guerra santa o giusta, lungo il quale è facile perdere l’equilibrio e cadere in una lettura di se stessi, delle proprie vicende e del corso della storia secondo il paradigma della guerra.

 


 

 


Ma allora, se non siamo in guerra, dove siamo? Siamo in cura!

 


 

 


Non solo i malati, ma il nostro pianeta, tutti noi non siamo in guerra ma siamo in cura. E la cura abbraccia – nonostante la distanza fisica che ci è attualmente richiesta – ogni aspetto della nostra esistenza, in questo tempo indeterminato della pandemia così come nel “dopo” che, proprio grazie alla cura, può già iniziare ora, anzi, è già iniziato.

 


Ora, sia la guerra che la cura hanno entrambe bisogno di alcune doti: forza (altra cosa dalla violenza), perspicacia, coraggio, risolutezza, tenacia anche… Poi però si nutrono di alimenti ben diversi. La guerra necessita di nemici, frontiere e trincee, di armi e munizioni, di spie, inganni e menzogne, di spietatezza e denaro… La cura invece si nutre d’altro: prossimità, solidarietà, compassione, umiltà, dignità, delicatezza, tatto, ascolto, autenticità, pazienza, perseveranza…

 


Per questo tutti noi possiamo essere artefici essenziali di questo aver cura dell’altro, del pianeta e di noi stessi con loro. Tutti, uomini e donne di ogni o di nessun credo, ciascuno  per le sue capacità, competenze, principi ispiratori, forze fisiche e d’animo. Sono artefici di cura medici di base e ospedalieri, infermieri e personale paramedico, virologi e scienziati… Sono artefici di cura i governanti, gli amministratori pubblici, i servitori dello stato, della res publica e del bene comune… Sono artefici di cura i lavoratori e le lavoratrici nei servizi essenziali, gli psicologi, chi fa assistenza sociale, chi si impegna nelle organizzazioni di volontariato… Sono artefici di cura maestre e insegnanti, docenti e discenti, uomini e donne dell’arte e della cultura… Sono artefici di cura preti, vescovi e pastori, ministri dei vari culti e catechisti… Sono artefici di cura i genitori e i figli, gli amici del cuore e i vicini di casa… Sono artefici – e non solo oggetto – di cura i malati, i morenti, i più deboli, beni preziosi e fragili da “maneggiare con cura”, appunto: i poveri, i senza fissa dimora, gli immigrati e gli emarginati, i carcerati, le vittime delle violenze domestiche e delle guerre…

 


Per questo la consapevolezza di essere in cura – e non in guerra – è una condizione fondamentale anche per il “dopo”: il futuro sarà segnato da quanto saremo stati capaci di vivere in questi giorni più difficili, sarà determinato dalla nostra capacità di prevenzione e di cura, a  cominciare dalla cura dell’unico pianeta che abbiamo a disposizione. Se sappiamo e sapremo essere custodi della terra, la terra stessa si prenderà cura di noi e custodirà le condizioni indispensabili per la nostra vita.

 


Le guerre finiscono – anche se poi riprendono non appena si ritrovano le risorse necessarie – la cura invece non finisce mai. Se infatti esistono malattie (per ora) inguaribili, non esistono né mai esisteranno persone incurabili.

 


 

 


Davvero, noi non siamo in guerra, siamo in cura!

 


Curiamoci insieme.

 


Totale n.360   Pag. | 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 | 20 | 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 | 27 | 28 | 29 | 30 | 31 | 32 | 33 | 34 | 35 | 36 | 37