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IN CHE SCUOLA VOGLIAMO TORNARE

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A cura di Gianna Montanari Bevilacqua

Tra i temi principali presenti, in questo periodo, nei discorsi sulla scuola e sulle conseguenze della pandemia in questo settore così importante (e così trascurato) della nostra società troviamo la didattica a distanza e il coronavirus come detonatore di una grande trasformazione. Per alcuni l'esperienza di questi quattro mesi potrebbe essere l'occasione per rinnovare la scuola, altri già sono sicuri che l'occasione sia già stata persa. E' di questo parere il pedagogista Giorgio Chiosso, che su "La Voce e il Tempo" del 5 luglio critica la politica del governo verso la scuola, vero fanalino di coda del nostro Paese: la scuola non è stata affatto considerata fra le priorità del Paese, come dimostra il fatto che non sia stato tentato un piano di emergenza per riaprire almeno in parte le aule prima della fine dell'anno scolastico...


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George Floyd Firma la lettera aperta contro il razzismo e la brutalita\' poliziesca

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Credo che ti vorrai unire


Firma la lettera aperta



Ci impegniamo a fare la nostra parte, opponendoci alla paura, alla rabbia e all'ignoranza del razzismo con tutta la speranza, l'amore e la forza della nostra umanità.

Riposa in pace, George Floyd.

La tua morte non sarà invano

ACINO LII - Videolezioni

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Videolezioni: cronache semiserie

Su "Rocca" (n. 7/8, 1/15 aprile 2020, pp. 37-39) Marco Gallizioli nell'articolo "Videolezioni: cronache semiserie" fa un'analisi a caldo del nuovo modo digitale di fare scuola ai tempi del coronavirus. La sua è davvero una cronaca semiseria, con notazioni umoristiche a proposito degli allievi che, visti da uno schermo, appaiono tutti attenti e zitti; ma sarà così? Qualche indizio suggerisce qualche defezione… Ma insieme alla nostalgia del docente per le piccole cose della vita scolastica quotidiana, anche quelle meno gradevoli, c'è anche la scoperta, con meraviglia, della profondità delle riflessioni di alcuni studenti: "Mi ha meravigliato la capacità di alcuni di aprirsi anche a profonde domande di senso, ad analisi per nulla superficiali su ciò che questa tragedia permette di comprendere, su ciò che ci costringerà a scegliere, insieme, come umanità...". L'autore manifesta la convinzione che questa non potrà essere la didattica del futuro: "… la scuola, quella di sempre, è essenzialmente relazione e incontro: è così fisica che nessun surrogato può efficacemente sostituirla". Ma per il momento "cerchiamo per come siamo capaci di diventare sperimentatori e apripista… Ogni tempo ha le sue sfide; questo, ci ha provocati così, senza preavviso e senza corsi di formazione specifica".
    A cura di Gianna Montanari

Don Ciotti: Resistere per costruire insieme un nuovo umanesimo di liberta

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01/05/2020

Don Ciotti scrive:


Perché questo 25 aprile – vissuto ieri con grande e intensa partecipazione – non sia presto dimenticato come ogni celebrazione puramente retorica, bisogna ripartire da una consapevolezza scomoda ma necessaria: abbiamo fatto un cattivo uso della libertà che ci è stata donata.


Per costruire un vero cambiamento bisogna allora innanzitutto ripensare la nostra idea di libertà. La libertà è un bene comune, prima che individuale. È un bisogno di tutti. Per questo è da sempre il motore più potente della Storia, quello che spinge a lottare contro le ingiustizie, le violenze, le dittature. Quello che ha animato la Resistenza e ci ha consegnato la democrazia.
Ma l’ideale di libertà che ha animato i partigiani e ispirato le pagine della Costituzione è stato corrotto. La libertà si è degradata da bene comune a bene individuale. Della libertà è stato fatto un cattivo uso: esclusivo e a volte criminale. Allora il punto fermo, imprescindibile, è che la libertà di ciascuno comporta quella degli altri. La libertà è di tutti o non è libertà. Si è liberi con gli altri e per gli altri. Non saremo liberi finché un solo uomo sulla Terra sarà ancora sfruttato, umiliato, oppresso. La libertà comporta l’impegno a liberare chi ancora libero non è.


Allora questo “25 aprile” celebrato in una contingenza difficile e drammatica come quella della pandemia, deve essere un’occasione per rileggere la libertà alla luce della responsabilità. Sì, perché la libertà senza responsabilità degenera in arbitrio, in egoismo, in affermazione di sé contro gli altri o a scapito loro. È la logica che muove questo sistema economico, sistema «ingiusto alla radice» – come dice papa Francesco – ingiusto perché selettivo. Un sistema che ha distrutto i diritti e i beni comuni, trasformandoli in privilegi di chi detiene potere o possiede ricchezza.


Per uscire davvero da questa crisi sanitaria non basta allora trovare un vaccino contro il virus: bisogna trovarne uno anche contro gli egoismi. Altrimenti, se saremo colpiti da un altro virus, da un’altra crisi di questa portata, la logica dell’intervento sarà inevitabilmente quella del mors tua, vita mea, della sopravvivenza garantita solo ai ricchi, ai potenti, ai corrotti, ai mafiosi. E negata ai deboli, ai poveri, agli immigrati, agli anziani non “produttivi”. Già abbiamo visto qualche agghiacciante avvisaglia di questa selezione disumana.
Allora l’eredità che ci lascia questo settantacinquesimo 25 aprile è etica e insieme pragmatica: impegnarci di più, insieme, per costruire un Nuovo Umanesimo, un nuovo paradigma dell’umano, come anche esorta la Laudato si’ di papa Francesco. È una questione culturale, prima che politica. Dobbiamo avere il coraggio di lasciare la strada distruttiva e suicida dell’individualismo per riconoscere la nostra comune appartenenza all’”umano”, a partire dai suoi bisogni fondamentali: casa, lavoro vero, istruzione, cura del corpo e dell’anima. È questa la premessa per liberarci dalle mafie e dalla corruzione, dalla produzione e dal commercio di armi, da un’informazione asservita a poteri forti – industriali e non solo – che tace o deforma la realtà. Più in generale, per liberarci da un sistema economico che arricchisce pochi a spese di tutti gli altri, alimentando la povertà, la disoccupazione, la disperazione. Pensiamo ai giovani in cerca di lavoro, agli anziani soli e abbandonati, al vergognoso Olocausto dei migranti, vittime dell’egoismo e dell’indifferenza globali.


La parola “libertà” vada dunque interpretata con occhi nuovi, libertà come coraggio e impegno per contrastare le disuguaglianze e denunciare una politica incapace di pensare e operare oltre la logica dei profitti, e prima ancora di distribuire quei profitti in modo equo. Un Paese non è un’azienda. Un Paese è una comunità di vite, di speranze, di culture che diventa tanto più grande quanto più accoglie, si relaziona agli altri Paesi, stabilisce rapporti, abbatte muri e diffidenze. Si parla tanto in questi giorni della solidarietà come di un principio fondante dell’Europa unita. È così, ma i Padri della Comunità Europea – come i partigiani della Resistenza – sognavano un mondo dove la dignità e la libertà della persona fosse il valore fondamentale, valore inestimabile, non valutabile con i parametri del “mercato”. Un mondo dove l’economia fosse servizio al bene comune e non, come si è ridotta, strumento di ricatto e di potere.
Ricordiamolo quando parliamo di solidarietà europea, e facciamo in modo che la memoria di questo “25 aprile” diventi davvero impegno.

Sacerdote, fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera


ACINO LI - Secondo virus

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27/04/2020

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, economisti, abituali editorialisti del Corriere dellaSera, su questo quotidiano, domenica 5 aprile scorso, hanno esposto le loro riflessioni sul "secondo virus" in una pessimistica presa di coscienza dell'attuale situazione.


"I virus oggi in giro per il mondo sono due, uno il Covid-19…. l'altro è un pericolo per le nostre democrazie", "attacca la democrazia liberale e si manifesta in almeno quattro forme: Putin, Trump, autocrati stile Erdogan e Orban ai nostri confini ed i sovranisti europei".


Il momento è allettante per mettere fuori campo il processo democratico, la volontà dei popoli, il senso della libertà, facendo calare dall'alto ogni decisione, in una visione quasi imperiale del potere.


Fra i quattro grandi esiste l'Europa, piatto allettante e ricco, fragile come Unione che non vuole capire la necessità della coesione, pena la disintegrazione e la riduzione degli Stati europei a piccoli insignificanti staterelli. "Putin e Trump sperano che l'Europa si disintegri per eliminare un concorrente e lavorano insieme per raggiungere questo obiettivo. Con l'aiuto degli autocrati ai confini dell'Europa creano instabilità ed incertezze".


La mancanza di coesione tra i Paesi del Nord e del Sud d'Europa è sconcertante e "i falchi del Nord Europa sembrano non capire che qui non si tratta di disquisizioni tecniche su eurobond o M.E.S, ma di compiere scelte che determineranno la sopravvivenza, o meno, dell'Europa".


"E con essa della democrazia, il cui declino andrebbe a vantaggio dei poteri imperiali, già deleteri nel passato".


 


(a cura di Giuseppina Serio)


ACINO XLIX - COME ERAVAMO

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08/04/2020
Luca Ricolfi (Torino 1950), professore alla Facoltà di Psicologia di Torino, nel suo libro La società signorile di massa analizza gli aspetti del nostro tempo abbinando la definizione "società signorile" (abitualmente riferita al 1400-'500) al carattere "di massa" dei nostri giorni, riferendosi particolarmente all'Italia. Si tratta di una società opulenta, dove l'economia non cresce, basata sul consumo e destinata alla stagnazione.




I pilastri sulla quale si regge sono tre: la ricchezza del ceto medio-alto reale e finanziaria accumulata, la distruzione della scuola, fortemente ridimensionata dal 1960 in poi, con l' abbassamento del grado d’istruzione che porta con sé l'incapacità d'impegno, di pensiero riflessivo e logico, ed infine la formazione di un ceto sociale fragile esposto alla povertà, formato da immigrati, da lavoratori, stagionali o no, di vario livello, etc. etc, anello debole del sistema. Si tratta di una società basata sul voluttuario, sul consumismo, sul vuoto culturale, su internet, ma solo come evasione, sulla immediatezza, sulla mediocrità, sull'individualismo, che sfugge alla moderazione dei bisogni. Il lavoro viene dilatato nel tempo. Ma senza lavoro non si può né vivere né sfuggire alla stagnazione. Il problema economico, finiti i soldi, si porrà con tutta la sua forza: il lavoro sarà l'ingrediente primario da cercare. Intanto in altri Paesi, fuor'Italia, si è continuato a lavorare, a produrre, a crescere.

 

a cura di Giuseppina Serio


ACINO L - Siamo in cura, non in guerra

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08/04/2020

Guido Dotti


Monaco di Bose

 


29 marzo 2020

 


 

 


 

 


Per una nuova metafora del nostro oggi

 


No, non mi rassegno. Questa non è una guerra, noi non siamo in guerra.

 


Da quando la narrazione predominante della situazione italiana e mondiale di fronte alla pandemia ha assunto la terminologia della guerra – cioè da subito dopo il precipitare della situazione sanitaria in un determinato paese – cerco una metafora diversa che renda giustizia di quanto stiamo vivendo e soffrendo e che offra elementi di speranza e sentieri di senso per i giorni che ci attendono.

 


Il ricorso alla metafora bellica è stato evidenziato e criticato da alcuni commentatori, ma ha un fascino, un’immediatezza e un’efficacia che non è facile debellare (appunto). Ho letto con estremo interesse alcuni dei contributi – non numerosi, mi pare – apparsi in questi giorni: l’articolo di Daniele Cassandro (“Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore”) per Internazionale, la mini-inchiesta di Vita.it su “La viralità del linguaggio bellico”, l’intervento di Gianluca Briguglia nel suo blog su Il Post (“No, non è una guerra”) e l’ottimo lavoro di Marino Sinibaldi su Radio 3 che ha dedicato una puntata de “La lingua batte” proprio a questo tema, introducendo anche una possibile metafora alternativa: il “lessico della tenacia”. Le decine di artisti, studiosi, intellettuali, attori invitati a scegliere e illustrare una parola significativa in questo momento storico hanno fornito un preziosissimo vocabolario che spazia da “armonia” a “vicinanza”, ma fatico a trovarvi un termine che possa fungere anche da metafora per l’insieme della narrazione della realtà che ci troviamo a vivere.

 


Eppure, come dicevo da subito, non mi rassegno: non siamo in guerra!

 


 

 


Per storia personale, formazione e condizione di vita, conosco bene un crinale discriminante, quello tra lotta spirituale e guerra santa o giusta, lungo il quale è facile perdere l’equilibrio e cadere in una lettura di se stessi, delle proprie vicende e del corso della storia secondo il paradigma della guerra.

 


 

 


Ma allora, se non siamo in guerra, dove siamo? Siamo in cura!

 


 

 


Non solo i malati, ma il nostro pianeta, tutti noi non siamo in guerra ma siamo in cura. E la cura abbraccia – nonostante la distanza fisica che ci è attualmente richiesta – ogni aspetto della nostra esistenza, in questo tempo indeterminato della pandemia così come nel “dopo” che, proprio grazie alla cura, può già iniziare ora, anzi, è già iniziato.

 


Ora, sia la guerra che la cura hanno entrambe bisogno di alcune doti: forza (altra cosa dalla violenza), perspicacia, coraggio, risolutezza, tenacia anche… Poi però si nutrono di alimenti ben diversi. La guerra necessita di nemici, frontiere e trincee, di armi e munizioni, di spie, inganni e menzogne, di spietatezza e denaro… La cura invece si nutre d’altro: prossimità, solidarietà, compassione, umiltà, dignità, delicatezza, tatto, ascolto, autenticità, pazienza, perseveranza…

 


Per questo tutti noi possiamo essere artefici essenziali di questo aver cura dell’altro, del pianeta e di noi stessi con loro. Tutti, uomini e donne di ogni o di nessun credo, ciascuno  per le sue capacità, competenze, principi ispiratori, forze fisiche e d’animo. Sono artefici di cura medici di base e ospedalieri, infermieri e personale paramedico, virologi e scienziati… Sono artefici di cura i governanti, gli amministratori pubblici, i servitori dello stato, della res publica e del bene comune… Sono artefici di cura i lavoratori e le lavoratrici nei servizi essenziali, gli psicologi, chi fa assistenza sociale, chi si impegna nelle organizzazioni di volontariato… Sono artefici di cura maestre e insegnanti, docenti e discenti, uomini e donne dell’arte e della cultura… Sono artefici di cura preti, vescovi e pastori, ministri dei vari culti e catechisti… Sono artefici di cura i genitori e i figli, gli amici del cuore e i vicini di casa… Sono artefici – e non solo oggetto – di cura i malati, i morenti, i più deboli, beni preziosi e fragili da “maneggiare con cura”, appunto: i poveri, i senza fissa dimora, gli immigrati e gli emarginati, i carcerati, le vittime delle violenze domestiche e delle guerre…

 


Per questo la consapevolezza di essere in cura – e non in guerra – è una condizione fondamentale anche per il “dopo”: il futuro sarà segnato da quanto saremo stati capaci di vivere in questi giorni più difficili, sarà determinato dalla nostra capacità di prevenzione e di cura, a  cominciare dalla cura dell’unico pianeta che abbiamo a disposizione. Se sappiamo e sapremo essere custodi della terra, la terra stessa si prenderà cura di noi e custodirà le condizioni indispensabili per la nostra vita.

 


Le guerre finiscono – anche se poi riprendono non appena si ritrovano le risorse necessarie – la cura invece non finisce mai. Se infatti esistono malattie (per ora) inguaribili, non esistono né mai esisteranno persone incurabili.

 


 

 


Davvero, noi non siamo in guerra, siamo in cura!

 


Curiamoci insieme.

 


Reminescenze dantesche a cura di Gianna Montanari Bevilacqua

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23/03/2020

Il 25 marzo 2020 si aprirà ufficialmente l’anno dantesco, che si prolungherà fino al 2021 per celebrare i 700 anni dalla scomparsa di Dante Alighieri, nato a Firenze nel 1265, morto a Ravenna nel 1321. Il 25 marzo sarà d’ora in avanti il Dantedì, poiché gli studiosi collocano in tale data l’inizio del viaggio del sommo poeta negli Inferi. In mezzo a tutti i discorsi e le manifestazioni che si terranno ad alto livello, voglio aggiungere alcune mie modeste riflessioni e ricordi legati alle mie esperienze scolastiche sia come studentessa che come insegnante.


In prima liceo aspettavo con ansia di cominciare la lettura della Divina Commedia, ma il nostro professore d’Italiano, che era senz’altro un tipo originale, ci fece attendere fino alla fine del primo trimestre. Aveva, sì, iniziato a parlarci di Dante, ma la prima informazione che ci diede fu che quel monellaccio fiorentino faceva battaglia per strada… a palle di letame con gli altri ragazzi. Continuò con questo ritornello a lungo, volendo così introdurci – credo - nell’ambiente sociale e storico in cui il piccolo Alighieri era cresciuto. Sinceramente non ho mai approfondito la veridicità di quella notizia, ma è rimasta indelebile nella mia memoria. Naturalmente ad essa, lezione per lezione, seguì la storia di Firenze tra la fine del 1200 e i primi anni del ‘300: i guelfi e i ghibellini, i guelfi bianchi e i guelfi neri, l’intervento del papa Bonifacio VIII a favore dei guelfi bianchi, le lotte intestine e l’esilio di Dante; conoscemmo la storia dei Comuni italiani, con le loro divisioni e rissosità, l’ideale dantesco di un Impero che mettesse fine a tutte le dispute e esercitasse il suo potere in forma autonoma dal potere papale, in quanto entrambi discendenti direttamente da Dio; era la cosiddetta teoria “dei due Soli”, che confutava la visione ierocratica affermata ai primi del ‘200 dal papa Innocenzo III, secondo cui, come la Luna riceve la luce dal Sole, così il potere politico riceveva la sua legittimazione dal Papato. Dopo aver letto dalla VitaNova “Tanto gentile e tanto onesta pare..” e dopo esserci fatta un’idea del perché Dante avesse scritto un trattato in latino (De vulgari eloquentia) per affermare l’importanza di una lingua volgare unitaria, finalmente ci avvicinammo al sommo poema. La lettura fu allietata dagli schizzi alla lavagna raffiguranti la voragine dell’Inferno, la montagna del Purgatorio, i cieli del Paradiso; quelli che ricordo meglio sono i disegni di Beatrice, una sagoma curvilinea ai punti giusti… d’altra parte il prof. ci diceva che avrebbe voluto pubblicare la Divina Commedia a fumetti. Tuttavia, a parte queste “piacevolezze”, il professor Enrico Andreoli ci fece entrare nell’universo dantesco e ce ne fece intendere lo spirito, senza nozionismi, battendo e ribattendo sui concetti essenziali. Le sue lezioni erano un happening, a parte quella volta in cui entrò il Preside e si fermò a seguire il commento al canto XXXIII dell’Inferno, quello del conte Ugolino, e nella circostanza l’Andreoli fece una lezione dotta, soffermandosi sulle interpretazioni del celebre verso Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno.


Anni dopo, diventata insegnante a mia volta, mi trovai a parlare di Dante alle classi di un Istituto tecnico industriale, quindi a ragazzi in genere più portati per le materie tecnico scientifiche che per la letteratura. La Divina Commedia però li coinvolse. Naturalmente l’interesse maggiore


era per l’Inferno, per i grandi personaggi: Paolo e Francesca, Farinata degli Uberti, Ulisse; la loro domanda, espressa o inespressa, era questa: perché li mette all’Inferno, se ce ne fa conoscere la grandezza? Io rispondevo loro richiamando la lezione dell’Andreoli: perché misero la loro più grande passione, sia che fosse l’amore sia la politica sia la sete di conoscenza, al di sopra del sommo bene che è Dio, perché fecero di quella passione il loro Dio. Un canto che suscitava grande attenzione era il V, in cui tra i lussuriosi, percossi dalla bufera infernale che mai s’arresta, Dante incontra Paolo e Francesca, i due sventurati amanti uccisi da Gianciotto Malatesta, marito di Francesca e fratello di Paolo. Spesso quando leggevo i versi in cui Francesca spiega come, in vita, i due giunsero a manifestarsi il loro amore (Noi leggiavamo un giorno per diletto / di Lancialotto come amor lo strinse: / soli eravamo e sanza alcun sospetto...) il silenzio si faceva assoluto. Un consiglio posso dare ai giovani docenti che si cimenteranno con quei sublimi versi: leggete voi, ad alta voce, leggete bene. La vostra lettura sarà il miglior passaporto per inoltrarsi nel viaggio. E quando arriverete al canto XXVI dell’Inferno, in cui Ulisse racconta l’ultimo suo viaggio oltre le Colonne d’Ercole, leggetegli anche il capitolo XI di Se questo un uomo. Quello in cui Primo Levi, nell’inferno del lager, nell’intento di insegnare l’Italiano a Jean, il Pikolo del Commando, mentre entrambi trasportavano la marmitta con il rancio, decide di partire dal canto XXVI dell’Inferno, sforzandosi di ricordare a memoria l’ultimo viaggio di Ulisse. Sono pagine sublimi, che tutti dovremmo conoscere e tenere a mente.


Gianna Montanari


ACINO XLVIII - DANTEDI

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11/03/2020

DANTEDI



Il nostro grande padre Dante ha trovato finalmente una collocazione nel nostro vivere quotidiano, con una giornata dedicata alla sua memoria. Infatti, il 25 marzo , in modo perenne,  sarà ricordato nel nostro calendario, dopo 700 anni dalla sua morte, giorno così ufficializzato: Firenze, 1265- Ravenna 1321.


La proposta, partita dal Corriere della Sera, ha trovato riscontro  ed appoggio di eminenti studiosi ed è stata sostenuta dal nostro attuale ministro dei Beni culturali, con un'operazione a largo raggio, volendo coinvolgere anche le scuole, oltre che l'opinione pubblica.


Uomo di grande statura intellettuale e morale, di vastissima cultura, si apre ad una scelta coraggiosa, usando la nuova lingua, il volgare, come mezzo di espressione di nuovo conio. Visse anche nell'agone socio-politico e l'amara esperienza dell'esilio e della precarietà esistenziale con forza e dignità.


Nella Divina Commedia esprime la profonda conoscenza dell'umanità, nelle sue sfumature psicologiche, e la possibilità della crescita interiore verso il perfezionamento, fiducioso nella capacità degli uomini (in senso lato) della  conoscenza. Infatti, ce ne lascia un forte monito con la celebrata terzina: "Considerate la vostre semenza/ fatti non foste a viver come bruti/ ma per  seguir virtute e canoscenza" (Inferno, canto XXVI, 118-120).


(a cura di Giuseppina Serio)


ACINO XLVII - BUON GOVERNO

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26/01/2020

Michele Salvati (Cremona 1937) laureato in Giurisprudenza a Pavia e successivamente in Economia
all'Università di Cambridge, parlamentare dell'Ulivo (1996-2001), è stato teorizzatore del Partito
democratico ed è editorialista al Corriere della Sera.
Su questo quotidiano, in un articolo apparso l'otto gennaio u.s., analizza le caratteristiche che
contraddistinguono il buon governo e le difficoltà che incontrano al riguardo il fronte liberaldemocratico
e quello populista.
A suo avviso tre sono i caratteri che contraddistinguono il "buon governo": il primo, essere
democratico, in cui "il consenso dei cittadini (è) misurato da una legge elettorale largamente
accettata..."; il secondo, essere liberale, nel rispetto dei "principi contenuti in gran parte delle
Costituzioni europee vigenti: separazione dei poteri e diritti/doveri dei cittadini ben definiti e
difesi..."; il terzo, essere in grado di "affrontare in modo realistico e competente le sfide da cui
dipende il benessere a lungo termine dei cittadini...". Alle forze politiche democratiche e liberali è
richiesto, anche con approssimazione, di rispettare al meglio tutti e tre questi elementi. "L'Italia è
quella in cui l'approssimazione è tra le meno riuscite" soprattutto per l'ultimo aspetto. "Nel caso
italiano- prosegue l'editorialista- le riforme, da mettere in cantiere per scongiurare il declino che
minaccia il Paese e rende impossibile il "benessere a lungo termine " dei cittadini, sono difficili e
impopolari. E anche se ben disegnate e perseguite con continuità, esse impiegherebbero molto
tempo a sortire effetti benefici percepiti dalla maggioranza della popolazione: troppo forte il
degrado accumulato in passato e troppo ampio il terreno da recuperare". Le difficoltà economicosociali,
incontrate dagli italiani hanno costituito, ormai è noto, ma è bene ricordarlo, la prima causa
del successo populista. Successo populista che prima è stato a trazione fortemente pentastellata e
oggi appannaggio del salvinismo leghista. La seconda causa dell'avanzata del fronte populista -
continua Michele Salvati -" è il discredito in cui sono caduti i partiti che hanno governato in questi
anni. I populisti danno all'insoddisfazione dei cittadini risposte demagogiche, miranti a catturare il
loro consenso elettorale immediato...". In questa seconda causa, a giudizio dell'autore, si cela il
tallone d'Achille dei populisti, che consiste nella "contraddizione tra la loro capacità di raccogliere
un grande consenso elettorale combinata con l'impossibilità di definire un programma realistico di
governo nel contesto europeo e internazionale..". Il politologo individua alcuni temi di programma
di governo e l'elenco che ne fa potrebbe essere ancora più lungo: debito pubblico, scuola,
Mezzogiorno, Europa, pubblica amministrazione, produttività, giustizia, demografia. "A far
esplodere la contraddizione dovrebbero essere le forze liberal-democratiche, tallonando su questi
temi i populisti, al governo o all'opposizione che siano". "Ma queste forze, oltre ad affrontare il
formidabile ostacolo di dover "vendere" agli elettori un programma realistico e orientato al lungo
periodo.... devono anche dare l'idea di essere un fronte unito... Capace insomma di attuare quel
"buon governo" di cui l'Italia ha grande bisogno".
(a cura di Adriana Vindigni)


Totale n.357   Pag. | 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 | 20 | 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 | 27 | 28 | 29 | 30 | 31 | 32 | 33 | 34 | 35 | 36